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7 domande sul boicottaggio NBA - Crampi Sportivi

7 domande sul boicottaggio NBA

Mi son seccato, ora non ne posso davvero più. Proprio mentre finivo la mia frittatona di cipolle e ascoltavo l’aggiornamento sulla vicenda rinnovo di Ibrahimovic (che poi, se si stanno allungando i tempi è solo colpa di quel meschino di Raiola) in attesa di poter sbraitare con la dirigenza in santa pace, ecco che il conduttore mostra questo campo da Basket vuoto.
E si riprende con le solite menate dello sport che viene fermato per le manifestazioni, stavolta dei cestisti, per giunta! Io non sono un esperto di Basket, ma caspita, da noi mica funziona così no? Sei un miliardario? Pensassi a giocare!
Da noi magari fai il solito teatrino del pugno chiuso durante l’esultanza per il gol, ma non di più! Che addirittura decidano se giocare o meno, a me, sembra esagerato. Vi ricordo, miei cari miliardari, che parte dei soldi che intascate li pago anche io! E mica ve li do per vedervi lamentare a bordo campo!
Vorrei proprio fare qualche domandina a questi espertoni di NBA e capire se loro davvero pensano che questa sia una protesta giusta o, come sembra a me, non sia altro che un po’ di campagna elettorale in vista delle presidenziali!



Cosa è la NBA?
Claudio Pellecchia – La NBA, acronimo che sta per National Basketball Association, è il principale campionato di basket professionistico americano. È una delle leghe più ricche e famose nel mondo, la cui espansione a livello globale è iniziata a partire dagli anni ’90 grazie all’ ascesa – sportiva e iconografica – di Michael Jordan. Non c’è cestista al mondo che non sogni di poterci giocare e, negli anni, si è assistito a una sempre crescente internazionalizzazione del parco giocatori. A gennaio 2020 erano circa 108 gli “internationals” di cui 68 europei e 3 italiani: Marco Belinelli dei San Antonio Spurs (squadra con cui ha vinto il titolo nel 2014), Danilo Gallinari degli Oklahoma City Thunder e Nicolò Melli dei New Orleans Pelicans.

Chi ci gioca in questa NBA?
Mattia Musio – Nella NBA ci giocano – in ordine crescente di quella che Paul Grice chiamerebbe “pertinenza” – delle persone molto ricche; delle persone che hanno fatto dello sport la propria professione; delle persone che hanno un grande talento per il basket; delle persone.
La più pertinente, chiaramente, è l’ultima: in NBA ci giocano delle persone.
E le persone, quando vivono in un contesto instabile, scomodo e pericoloso, non si sentono a proprio agio. Non ridono serenamente, non vivono serenamente, non lavorano serenamente.
Il non avere serenità porta a una condizione di disagio, che trova come unica via di fuga il dissenso.
In NBA, ieri più che mai, ci hanno (non) giocato delle persone che non sono serene abbastanza per fare il proprio lavoro. Semplicemente.
Immagina se fuori dalla tua officina (o dal tuo ufficio, o dalla tua macelleria, o dalla tua scuola) ci fossero degli spari praticamente ogni giorno. Continueresti a fare il tuo lavoro o, come ieri hanno fatto le persone che giocano in NBA, abbasseresti serranda, stufo della situazione?
Ecco chi ci gioca in NBA, delle persone che ieri hanno sfruttato la propria visibilità non a proprio favore (cercando di mettere più punti possibile a canestro, o cercando di diventare MVP del match), ma a favore degli altri, per spostare i riflettori su una situazione che ormai, inutile negarlo, è diventata ingestibile, incontrollabile, intollerabile.

E perché ieri notte non sono scesi in campo?
Roberto Gennari – Perché c’era bisogno di un gesto forte, che riportasse al centro del dibattito il “problema”. E per un giocatore di basket non c’è nessun gesto più forte di rifiutarsi di scendere in campo, nessun tipo di protesta più pacifica. Il fatto poi che il rifiuto dei Milwaukee Bucks di giocare gara-5 dei playoff contro gli Orlando Magic abbia innescato un effetto domino che ha coinvolto – al momento in cui scriviamo – tutta la NBA, tutta la MLS, parte della MLB e il mondo del tennis, beh, direi che ha riportato al centro del dibattito il problema, quindi possiamo dire “obiettivo centrato”. Casomai la domanda da porsi sarebbe: cosa ha fatto fino ad oggi il resto del mondo dello sport?


Ma loro non dovrebbero solo pensare a giocare?
Gianluca Viscogliosi – Sì, se li percepiamo e li intendiamo solamente come animali da circo buoni solo a divertirci e a divertire quando vengono tirati fuori dalla gabbia. Fortunatamente invece no, non possono e non devono pensare solo a giocare. Lo sport è una delle tante declinazioni della vita sociale e aggregativa, un suo sottoinsieme. Come tutti i sottoinsiemi non può considerarsi un organo indipendente, per quanto economicamente e mediaticamente possa esserlo. Gli sportivi, in maniera peculiare quelli americani, hanno un occhio al campo e uno fuori e portano sul parquet, nel diamante o sulla linea di scrimmage il vissuto che li ha portati a essere superstar. Ed è per rispetto di quel vissuto spesso difficile, fatto di volti, di difficoltà economiche, di discriminazione e di sofferenza che oggi non possono più lasciare passare.

E allora perché non si sono fermati prima?
Gianluca Viscogliosi – Perché la misura è colma. In maniera semplice e cruda. Sentono l’impellenza di mandare un messaggio ancora più forte che scriversi slogan sulle canotte o puntare un pugno al cielo. Non si può però tralasciare il particolare momento politico. Contestualmente ai fatti di Kenosha e alla presa di posizione degli atleti nella bolla, c’è stata una importante convention repubblicana a Washington, preludio di quelle che saranno delle presidenziali infuocate di inizio novembre. Questi anni di Trump hanno creato un solco tra la casa bianca e il modo sportivo, riaccendendo tensioni sociali che la gestione Obama riusciva quantomeno dialetticamente a controllare. Non a caso George Hill, nel discorso alle telecamere, conclude con un messaggio: “Andate a votare il 3 novembre”. Gli atleti hanno capito che questo era il momento giusto: a livello sociale, culturale e politico.

Non è forse una presa di posizione politica in vista delle elezioni?
Claudio Pellecchia – È anche una questione politica ma le elezioni c’entrano poco o nulla. Non è questione di Trump o Biden: in una lega composta al 75% da giocatori afroamericani il tema delle proteste legate alle ingiustizie sociali, alle discriminazioni razziali e alla brutalità della polizia sono sempre state di grande attualità, soprattutto nell’era dei social media e degli atleti icone pop prima ancora che sportive. Basti pensare che la protesta di Colin Kaepernick – il celebre kneeling – ebbe inizio negli ultimi mesi della presidenza Obama finendo rapidamente nel dimenticatoio. Sarebbe stato Trump, un anno dopo, a riportare al centro del dibattito la questione, alimentando quell’idea di “shut up and dribble” che ha generato la reazione uguale e contraria dei principali atleti afroamericani. In ogni caso non è e non sarà una questione di Trump, Obama o Biden: i motivi alla base della protesta sono da sempre al centro del dibattito sociale e culturale. Ad essere cambiata è la consapevolezza che i giocatori NBA e non solo hanno del proprio ruolo e degli strumenti che hanno per far sentire la loro voce e quella della loro comunità. L’inquilino della Casa Bianca è solo un dettaglio.

Si fermano solo perché sono ricchi, nessun povero ha scioperato per lo stesso motivo, no?
Roberto Gennari – Anche qui: non tutti quelli che sono ricchi si sono fermati, non tutti quelli che hanno protestato sono ricchi. Ma bisogna sfuggire una volta per tutte alle frasi fatte e alla vuota retorica: la situazione negli USA, a livello di estrazione sociale degli sportivi, non è minimamente comparabile a quella che vediamo da noi. L’esempio più chiaro di tutti è sicuramente il giocatore più iconico, LeBron James: giocatore che – ad oggi – ha messo insieme qualcosa come 270 milioni di dollari in salari, che però ha avuto un’infanzia durissima, che comprensibilmente non può e non vuole dimenticare. E come lui moltissimi altri. Usare il basket, lo sport come megafono per diffondere messaggi di equità sociale non può essere solo un nome scritto sul retro di una canotta,

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