ABC: Arte, Bellezza e Calcio | VOL. 2

Questa rubrica si propone di andare controcorrente, per esplorare le similitudini tra le giocate più belle del mese e i quadri che hanno fatto la storia dell’arte.

27 luglio 1860. È quasi ora di cena quando si spalanca la porta dell’ostello dei coniugi Ravoux, ad Auvers-sur-Oise.

Dietro di essa compare la sagoma di un pittore che alloggia lì da qualche tempo.

L’uomo, straziato dal dolore, ha una ferita d’arma da fuoco sul petto, che gronda di sangue.

Questo, sofferente mentalmente e con una grave forma di bipolarismo, muore dopo due giorni di agonie a causa dell’infezione procurata dalla ferita.

Lo fa stringendo la mano di suo fratello Theo, catapultatosi all’ostello appena appresa la notizia.

Muore dopo una lenta discesa nel vuoto, resa sempre più buia dal mancato riconoscimento della propria arte, ritenuta dal pittore come specchio dei propri sentimenti, questi intesi come prima e unica forza motrice alla base del pennello.


“First I dream my painting, then I paint my dream”

Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh, apparentemente suicida, perde la vita a 37 anni, pochi mesi prima che i suoi quadri comincino a girare per le mostre di Parigi, e successivamente del mondo.

Questa sua propensione a piegare la realtà, rielaborandola attraverso la propria emotività, è il concetto di partenza dell’arte dal Novecento in poi.

Il risultato? Una presa di coscienza collettiva e un ampliamento del concetto stesso di Arte.

Ma quanto questo concetto è stato ampliato fino ad ora?

Arte non è più “solo” il dipinto o la scultura, arte è la fotografia, le installazioni, il design.

Se essa è l’espressione di chi compie un gesto quando arriva ai suoi massimi livelli, non è blasfemia trasportare certi bacini di senso anche all’interno del rettangolo verde, come dice il TATE sulle arti performative:

Artworks that are created through actions performed by the artist or other participants, which may be live or recorded, spontaneous or scripted

Se è complicato trovare le linee comuni, non è lo stesso per le differenze, a partire dalla maggiore: le arti performative classiche hanno nel solo gesto artistico la propria destinazione, nel calcio questa è rappresentata dai tre punti della vittoria, con o senza la soddisfazione della bellezza.

Siamo convinti che sia possibile trovare valenza artistica e piacere estetico nel calcio, nonostante siamo abituati a sentirci dire il contrario.

Il tutto tenendo bene a mente che l’obbiettivo primario del gioco del calcio non sono i tre punti, bensì il soddisfacimento estetico nel compiere (e nel mostrare a chi sta guardando) il gesto perfetto con il pallone tra i piedi.

Anche questo mese quindi torniamo ad apprezzare il calcio dall’ABC: come compimento Artistico, come esaltazione della Bellezza, così come il Calcio vero è nato.

1) Paquetá vs Bessa & Conti

Le Danse – Henri Matisse

“Trovare la gioia nel cielo, negli alberi, nei fiori. Ci sono fiori dappertutto per chi vuole vederli […] Ciò che perseguo sopra ogni cosa è l’Espressione”

Henri Matisse

Matisse costruì La Danza secondo elementi primordiali e mai pensando al complesso finale: i colori primari si legano fra di loro per esprimere armonia, che è il vero soggetto del quadro nei suoi vari livelli.

Così fa Paquetá, sceglie le azioni da compiere durante il gioco non attraverso un’analisi accurata delle possibilità di successo.

Al contrario, il brasiliano semplicemente agisce secondo gli istinti primordiali, proprio come Matisse, alla costante ricerca dell’Espressione.

Questo succede chiaramente a Marassi: fra le tante possibilità a disposizione (retropassaggio, ricerca del fallo, fingersi morto) il neo acquisto sceglie l’istinto: sombrero di lambreta a Bessa (appena arrivato in pressione) ed armonia tra pieni e vuoti raggiunta.

Da notare come anche Conti impazzisca e cerchi di togliere la palla al compagno come si faceva nelle partitelle in strada dopo la scuola. Ci riesce.


Le Danse de Paquetá

2) Luis Muriel e l’archetipo del Fenomeno

The Marilyn Diptych – Andy Warhol

La visione di un elemento con determinate caratteristiche riporta al suo archetipo, e viceversa l’archetipo esalta le caratteristiche specifiche.

Andy Warhol legava le immagini stilizzate di Marilyn Monroe al concetto di bellezza classico instaurato nella società, attraverso la replicazione dell’icona ammiccante, appartenente al patrimonio visivo collettivo.

Feticismo artistico, che nascondeva la critica alla società consumistica e la nostalgia per l’originale, di cui non si aveva quasi più memoria.

Così Luis Muriel.

Finta di corpo ad ingannare il primo, allungamento istintivo per eludere il secondo.

Scatto bruciante per 40 metri. Palla in rete.

Come se l’obbiettivo non fosse il fare gol, ma fare gol alla Ronaldo, con dei colori sempre diversi.

Come Warhol e Marilyn.


Tutti i tratti distintivi del Ronaldo mai sbocciato

3) Zaniolo 

Sottotitolo: cade ufficialmente il primo proposito su cui si basa la rubrica, ossia evitare il più possibile di inserire in due volumi lo stesso nome.


Strada principale e strade secondarie – Paul Klee

Zaniolo a Bergamo riscrive i concetti di temporalità e movimento.

I due assist forniti al reparto offensivo sono frutto di una visione capovolta delle dinamiche di gioco, ottenuta grazie a quel pensiero laterale che porta a vedere il pallone come il mezzo con cui esprimere le proprie idee.

“L’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile ciò che è invisibile”

Paul Klee

Lo scriveva Paul Klee nel suo saggio La confessione creatrice, il centrocampista lo omaggia perfettamente, mostrando corridoi che in area di rigore sono visibili solamente attraverso le sue giocate.


4 minuti di calcio in cui 21 giocatori sono normali e l’altro è Zaniolo


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ABC: Arte, Bellezza e Calcio | Vol. 3 (per Crampi Sportivi) – Mattia Musio

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[…] dipendenza da questi piccoli elementi quotidiani ci spinge a paragonare Zaniolo a Kandinskij, Paquetá a Matisse. Tutto senza avere la pretesa di sembrare seri, ma con la convinzione di dire qualcosa di sensato, […]

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