ABC: Arte, Bellezza e Calcio | Zaniolo Edition

Questo sarebbe stato il periodo in cui ci saremmo interrogati sulla presenza o meno di Zaniolo a EURO 2020

Siamo nella mezz’ora del primo tempo di Roma – Juventus quando Zaniolo riceve palla a ridosso della propria area di rigore. Il numero 22 (che in numerologia è associato al creatore, al pazzo) decide di mettersi in proprio scartando in progressione metà Juventus, tra accelerate e finte di corpo.

L’atletismo e la geniale inventiva di Zaniolo, che ha nascosto il pallone a tutti, si alimenta con il crescente boato dell’Olimpico, che una volta passato il centrocampo aumenta i propri decibel, incredulo per ciò a cui sta assistendo.

Il pallone ricompare ai limiti dell’area della Juventus, quando il ventenne smette di essere idea e torna materia. La materia, sbilanciata da Rabiot, torce il ginocchio in maniera innaturale provocandone la rottura del crociato.


La smorfia afona di Zaniolo

Il corpo di Zaniolo, che per dei lunghissimi secondi non ha toccato terra in una progressione incredibile, torna umano ed inizia a contorcersi, come stretto nella morsa di due serpenti. Il gesto del cambio è appena accennato dalle sue mani che subito vanno a coprire la faccia, troppo grande il talento del romanista per essere mostrato distrutto in pochi secondi, tra le urla e le lacrime.

Coprire il viso non è solo gesto di naturale mascheramento del dolore, ma permette a Zaniolo (e a noi che lo guardiamo) di non esteriorizzare il momento di maggior sofferenza. Quando il romanista si mette le mani in faccia sta per urlare con tutto il fiato che ha in corpo, ma ancora non lo ha fatto.


L’urlo afono del Laocoonte

Lessing, filosofo tedesco, chiamava questo il “momento fecondo”, ossia un istante che permettesse al fruitore dell’opera d’arte di mettere in moto la propria creatività. Mostrando a chi guarda il momento immediatamente precedente (ossia quello dell’inizio del dolore) o quello immediatamente successivo (quello di esaurimento del sentimento), l’artista può spingere il fruitore ad interagire e, in un certo senso, completare il processo artistico dell’opera.


Laocoonte – Musei Vaticani

Prendendo in analisi il Laocoonte (scultura del I sec. a.C. conservata a pochi chilometri dall’Olimpico, nei musei vaticani) Lessing spiegava come appunto Laocoonte – che viene stritolato dai serpenti per aver osato mettersi contro il volere degli Dei – fosse raffigurato ancora non al culmine del dolore. Così da non far soffrire il soggetto dell’opera in eterno (vanificando in un certo senso l’urlo struggente del blocco marmoreo) e così da imprimere nel pensiero del fruitore quel tassello mancante.

Così anche Zaniolo, che impedendo di farci vedere le sue lacrime e le sue urla ci obbliga a farle nostre. La drammaticità dell’accaduto viene infatti esteriorizzata non con espressioni esageratamente contratte, ma dalle mani che esprimono tutta la dignità del dolore del ragazzo. E noi con lui sentiamo questo dolore proprio perché non possiamo vederlo.

«Ciò che noi troviamo bello in un’opera d’arte non lo trova il nostro occhio, ma, attraverso il nostro occhio, la nostra immaginazione»

Gotthold Ephraim Lessing: “Laocoonte ovvero sui confini tra poesia e pittura”

Così scriveva Lessing, e cosa c’è di più potente per la nostra immaginazione che il non udire e non vedere l’urlo furente di Laocoonte, o quello di Zaniolo?

Anche in questi momenti il calcio è arte: nella progressione potente così come nella rovinosa caduta. E, in questi gesti, il loro potere di stimolare la nostra mente, proprio come un quadro o una scultura.

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