ABC: Arte, Bellezza e Calcio | VOL. 3

Questa rubrica si propone di andare controcorrente per esplorare le similitudini tra le giocate più belle del mese e i quadri che hanno fatto la storia dell’arte.

Studi contemporanei della filosofia del linguaggio hanno portato in superficie una questione interessante.

Come percepiamo le metafore? Perché le usiamo?

Le metafore sono trucchi pragmatici con cui avviciniamo due sfere di significato differenti.

Le avviciniamo attraverso gli elementi, i tratti e le sensazioni che le accomunano.

In particolare, si sottolinea la loro importanza per i processi cognitivi nel saggio Why metaphors are necessary and not just nice, nel quale si spiega come la metafora non sia un semplice abbellimento retorico ma una strada diretta alla comprensione del reale, al mondo di cui abbiamo un’esperienza continua.

Seguendo questa idea ABC si propone per il terzo mese di fila di scoprire le giocate più belle del mese appena trascorso di Serie A e renderle metafore di quadri di grandi artisti.

L’intenzione è sempre la stessa: avvicinare un dribbling apparentemente inutile ad una pennellata di Munch, una sassata all’incrocio ad un taglio di Fontana.

Perché?

Siamo convinti che la bellezza sia il motivo principale che ci spinge a rivedere il replay di un gol all’infinito, a cercare il tunnel nella partita di calcetto, a desiderare Messi nella propria squadra ogni maledetta sessione di mercato.

Ripetiamo queste azioni ciclicamente perché siamo ossessionati da ciò che è esteticamente appagante: dalla giacca che scegliamo la mattina prima di uscire, passando per la propria canzone preferita o per il gol di Totti più spettacolare che ci viene in mente.

La nostra dipendenza da questi piccoli elementi quotidiani ci spinge a paragonare Zaniolo a Kandinskij, Paquetá a Matisse. Tutto senza avere la pretesa di sembrare seri ma con la convinzione di dire qualcosa di sensato, anche questo mese, credibile.

Su ABC il calcio è arte, metaforicamente parlando.

1) Krzysztof Piątek detto il guerrafondaio

Guernica – Pablo Picasso

Atalanta – Milan ha confermato, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, che siamo sotto attacco.

Non ci sono vie di fuga, e sopratutto, l’attacco non arriva da una sola direzione: la minaccia arriva dal cielo e si propaga sulla terra, le fiamme divampano verso tutte le direzioni con un avanzare cieco, impetuoso, solenne.

Nei 68 minuti che Krzysztof Piątek gioca a Bergamo c’è una malcelata dichiarazione di guerra a tutti i reparti difensivi d’Italia.

Il primo gol, a pochi secondi dal termine del primo tempo, chiude la partita prima ancora del vantaggio rossonero. Al minuto 45 infatti la figura del numero (1)9 rossonero, si contorce in un colpo razionalmente inspiegabile, tagliando fuori l’incolpevole Dijmsiti su un cross apparentemente innocuo.

La palla vola serena dalla parte opposta rispetto al movimento del polacco, che letteralmente calcia spedendosi il pallone alle spalle.
Il come, non ci è dato saperlo.

Il movimento verso sinistra continua anche nell’esultanza, che viene interrotta da un inciampare maldestro sull’erbetta.

Un rotolare a terra che riporta alle figure spaventose della Guernica di Pablo Picasso. Anche loro, come noi, sotto il bombardamento di un assedio che è solamente al principio.


Mash-up di un capolavoro


2) Paulo Dybala detto il romantico

Il Bacio – Gustav Klimt

Sono passati pochi minuti dal calcio d’inizio di Juventus – Frosinone, quando il collo interno del piede mancino di Paulo Dybala bacia il pallone.

Il gesto d’amore per eccellenza si ripete all’infinito e si materializza nella realizzazione di Dybala, come nel finale di Cinema Paradiso.

La staticità del corpo dell’argentino con la numero dieci si contrappone alla dinamicità della sua gamba sinistra.

Questa compie una mezzaluna perfetta che pone fine al litigio, principio dell’arcobaleno che va a morire sotto l’incrocio.

La scia di luce dorata parte dal calcio e racchiude le forme spigolose maschili e le forme morbide del femminile, come nel Bacio di Gustav Klimt.

Il corpo resta teso ed immobile per un secondo, anche dopo il calcio, a ricordarci il romanticismo dei sudamericani mancini.

Il resto è poesia in movimento.


Poetry in (E)motion

3) Luis Muriel detto il fragile

Paesaggio con covoni e luna che sorge – Vincent Van Gogh

“Per quanto mi riguarda, penso che sarebbe più saggio non augurarsi di star meglio, di riacquistare le forze e probabilmente mi ci abituerò a essere spezzato. Un po’ prima, un po’ dopo, che differenza vuoi che faccia per me?”

Vincent Van Gogh

Ci siamo abituati a leggere le lettere del pittore olandese come un vero e proprio inno alle proprie debolezze. Un’ammissione di fragilità che è il primo passo verso la creazione dei suoi mondi concentrici, in cui ogni linea nella tela sembra morire nello stesso punto in cui si dirigono tutte le altre.

Così anche Muriel, con la sua panchina iniziale nel big match contro i nerazzurri (per preservarlo in vista della semifinale di Coppa, in cui guarda caso segna) ci ricorda la gracilità fisica e mentale di un “potenziale fenomeno”.

Le linee dipinte dal colombiano mostrano però uno spazio che si piega davanti alla sua immaginazione. La punizione che cambia la partita viene calciata come se fosse dal limite dell’area di rigore, con il pallone che rotea fino a superare Handanovic, che dà ulteriore suggestione allo slow-motion.

Per il secondo mese di fila Luis è su ABC, a dipingere calcio.


Il pallone gira, gira e gira ancora…
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