Alla conquista della fama Mondiale

Forse sarebbe stato contento uguale, in quel di Porto Alegre. Per Douglas Costa è partito da Rei de Copas, coloro che l’hanno accompagnato nella crescita professionale e l’hanno poi fatto esordire. Era il 2008 e sembra passata un’eternità: dieci anni sono tanti, specie se ti soprannominano Flash e il tempo scorre veloce.

Il Grêmio l’ha visto giocare solo in 37 occasioni, nelle quali qualche osservatore dall’Europa dell’Est deve aver notato qualcosa. Quegli osservatori sono dello Shakhtar Donetsk, la squadra che di fatto ha permesso a Douglas Costa di lanciarsi verso l’infinito, verso il Bayern Monaco, verso la Juventus, verso il suo primo Mondiale.

 

La valutazione della percezione dell’impatto dell’ultima delle ali pure (o del primo di una nuova generazione di esterni, più moderna e associativa) è legata a quella relativa al volume e alla qualità del calcio prodotto dalla squadra.

Relativamente alla Juventus non si tratta, banalmente, di essere il primo giocatore bianconero per assist (14, di cui otto da subentrato: il doppio di ogni altro giocatore nei cinque maggiori campionati europei), occasioni create (93, con una media di 1.6 passaggi chiave a partita), dribbling tentati e riusciti (3.5 ogni 90’ con una percentuale di successo costantemente oltre il 60%, confermandosi sui livelli di eccellenza nel fondamentale mostrati in Bundesliga: 148 uno contro uno vinti tra il 2015/16 e il 2016/17), nonostante abbia disputato da titolare poco più di 2600’: è una questione di benefici apportati in maniera costante, qualitativa e quantitativa a una squadra vittima di un evidente downgrade prestazionale rispetto all’annata precedente e che ha trovato nell’ex Bayern il fattore decisivo per confezionare il quarto double di fila.

Come ha scritto Jacopo Azzolini in questo articolo su Rivista Undici, “il brasiliano ha confezionato una stagione tanto importante quanto decisiva, divenendo uno dei massimi creatori di azioni offensive dell’intero campionato.

Va elogiato in particolar modo come sia divenuto così cruciale per la Juve anche in un contesto molto diverso da quello di Guardiola, in una squadra offensivamente molto meno fluida e che chiede al singolo un lavoro dall’elevato coefficiente di difficoltà.

Douglas Costa si è quindi dimostrato un giocatore molto più universale di quanto si pensasse, confermando di essere uno dei migliori al mondo nel ruolo e arricchendo in maniera evidente il livello qualitativo della Juve nella trequarti rivale, ossia la principale carenza della scorsa stagione”.

 

Per provare a immaginare, quindi, il ruolo che il nativo di Sapucaia do Sul potrà giocare nel Brasile in cerca di redenzione ai Mondiali in Russia, non si può prescindere dalla considerazione del diverso contesto tecnico in cui sarà chiamato a dimostrare le sue qualità, oltre che della sua personale storia con la maglia verdeoro. Perché prima di diventare una freccia all’arco del Bayern Monaco e poi l’idolo della Juventus, Douglas Costa ha potuto anche conquistarsi la nazionale.

Ma ci è voluto un po’, nonostante i numeri a suo favore e un passato nell’U-20. E che U-20, visto che è quella che nel 2009 perde la finale del Mondiale di categoria contro il Ghana solo ai calci di rigore: in quella compagine, ci sono profili di livello assoluto, come Ganso, Giuliano, Alex Teixeira e Rafael. Ci sono voluti cinque anni per ritornare dalla porta principale, visto che per l’Olimpiade di Londra Douglas Costa non è stato considerato.

È stato Carlos Dunga — c.t. vituperato, ma leader spirituale del Brasile degli anni ’90 — a optare per il suo debutto con i grandi. Non solo, perché Dunga ha chiamato Douglas Costa anche per le due successive Copa América: se nella seconda un infortunio l’ha escluso dai convocati, nel 2015 l’ala dello Shakhtar viene inserito a spezzoni: 24’ contro il Perù, 21’ contro la Colombia, panchina contro il Venezuela.

E poi la mezz’ora contro il Paraguay, con il rigore decisivo sbagliato nella lotteria post supplementare. Da lì in avanti né Dunga né Tite hanno più voluto rinunciare a lui. Nella prima gara di qualificazione al campionato del Mondo, Douglas Costa ha giocato i primi 90’ in nazionale.

Nelle gare successive — tutte ufficiali — ha portato a casa quattro assist e due gol. I frequenti problemi fisici sembravano una condizione fin troppo ostativa per consentirgli di staccare il biglietto per la Russia, ma la spaziale seconda parte di 2017/18 con la Juventus ha convinto Tite che si, in fondo si trattava di un rischio che vale la pena correre.

Perché nella versione 4.0 della squadra di Massimiliano Allegri, Douglas Costa è stato il giocatore deputato a dare il cambio di passo ad una manovra statica e poco fluida nell’ultimo terzo di campo, fornendo un appoggio per la risalita su vie laterali grazie alla sua conduzione palla in velocità e sgravando Higuain e Dybala da faticosi compiti di costruzione nella transizione che finivano con il limitarli in fase conclusiva.

Inoltre, all’interno di un sistema pesantemente condizionato da una fase di possesso dai ritmi bassi e in cui molto era demandato all’istintività e all’intuizione del singolo, la capacità del brasiliano di creare costantemente la superiorità numerica, anche da fermo e spezzando sovente il raddoppio, ha permesso ai bianconeri di creare un numero di azioni da rete (e, quindi, di gol poi effettivamente realizzati) maggiore di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi da una squadra così compassata e scolastica nella circolazione: un’ anomalia statistica evidenziata anche in questo articolo su Juventibus e spiegabile quasi esclusivamente dalla presenza di un giocatore totalmente fuori scala rispetto alla concorrenza (oltre che su quella di due finalizzatori letali come i due punteri argentini).

 

Al netto di alcuni nodi da sciogliere (la presenza o meno di Firmino come “centravanti tattico” e l’impiego di Coutinho come mezzala a tutto campo giovandosi della presenza contemporanea di Paulinho e Casemiro), i presupposti di impiego di Douglas Costa saranno comunque totalmente differenti.

Il dover agire, dall’inizio o da subentrato a partita in corso, all’interno di un sistema proattivo ma comunque equilibrato (il tabellino sotto la gestione Tite recita: 17 vittorie, tre pareggi e una sola sconfitta in 21 partite a fronte di 48 gol fatti e appena tre subiti) dovrebbe portarlo ad essere meno ubiquo sui due lati del terreno di gioco in funzione di un’incisività ancora maggiore negli ultimi trenta metri, senza la necessità di dover essere deus ex machina ad ogni costo: diminuire la centralità per aumentare l’efficacia, in un reparto offensivo già di suo ben strutturato secondo le esigenze di un CT che, dopo l’amichevole di marzo con la Germania non ha fatto mistero di puntare molto sull’11 bianconero:

“Douglas Costa è cresciuto in maniera esponenziale, tanto nella Juve quanto in nazionale. Adesso può rivelarsi un giocatore fondamentale”.

Ancor più a fondo della questione è andato il suo vice Sylvinho: “L’ho monitorato a lungo personalmente e ho visto come negli ultimi tre mesi sia diventato un giocatore fondamentale nella Juventus. Ha avuto bisogno di adattarsi al calcio italiano ma adesso è migliorato parecchio.

Gioca a destra, a sinistra e a volte anche al centro. Il calcio italiano lo ha migliorato e la duttilità che ha acquisito ci può essere di grande aiuto in chiave mondiale”.

C’è, però, un rovescio della medaglia: Douglas Costa ha giocato solo 132’ con il Brasile nel 2017–18 (14° sui 23 in rosa per Russia 2018), meno dei titolari d’attacco e anche meno di Willian (433’). Ma i duelli vinti con facilità, la velocità sul breve e l’ottimo senso per l’assist sono un antipasto fin troppo succoso: e se il Brasile avesse bisogno di un’accelerazione delle sue per sbloccare un gara inchiodata sul pareggio?

Nel girone è difficile immaginarlo, ma il 2014 ha insegnato al Brasile che nulla sia effettivamente impossibile, nel bene e nel male.

Non sarebbe comunque la prima volta che Douglas Costa riuscirebbe ad avere un impatto significativo in un contesto diverso e in tempi relativamente brevi.

Ed è proprio la sua prima stagione italiana ad averlo dimostrato: abituato ad una certa specificità nell’ultimo Bayern di Guardiola e nel primo di Ancelotti (squadre in cui veniva azionato con il cambio di fronte del gioco, dopo aver sovraccaricato il lato forte in modo da isolarlo nella prediletta situazione di uno contro uno), il brasiliano si è dovuto trasformare in un giocatore multidimensionale, molto più partecipe alla costruzione attiva del gioco (magari rientrando maggiormente verso l’interno del campo, a causa delle difficoltà della Juventus di azionare i propri esterni in situazione dinamica) e dalle qualità marcatamente associative, dimostrandosi particolarmente recettivo alle indicazioni di Massimiliano Allegri su uno sfruttamento diverso e più funzionale delle proprie caratteristiche di base.

Tornare alle origini, tanto più per una competizione breve e intensa, non dovrebbe essere un problema per un giocatore dal QI così sviluppato per quel che riguarda il read and react.

L’unico inghippo? Gli infortuni, perché la condizione dell’ala non è delle migliori. La speranza è che possa recuperare in fretta e mostrare al mondo che non c’è ostacolo insuperabile per le sue doti e la sua corsa. Come è già successo. Come potrebbe ancora succedere.

Articolo a cura di Claudio Pellecchia e Gabriele Anello


 

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