Morire da uomo

Spiace sembrare frigido, ma chi scrive non ha mai avuto alcuna considerazione particolare per gli occhi di una persona, né tantomeno per l’enorme volume di letteratura fatta di sinonimi, metafore similitudini sul tema. “Specchio dell’anima” di qua, “non mentono” di là, senza dimenticare l’immortale paragone con quelli della propria madre.

No. La cosa proprio non mi attizza.

Ma con Andrés Escobar Saldarriaga forse un’eccezione vale la pena di farla. Il 2 del “Verde” ha due occhi gentili. E non c’è altro da aggiungere. O forse sì: sono gentili e decisi, di quelli che piacciono al gentil sesso e che agli uomini — intesi come maschi — fanno capire che dietro una stretta di mano più o meno salda (e in Sudamerica va di moda la versione estremamente salda) ci sono serietà e competenza.

Andrés era un vero “caballero” (questo il suo principale soprannome) e un inno alla cortesia dentro e fuori dalla divisa da calciatore. Il tutto condito da una carriera che stava per decollare in direzione Europa e ad un meraviglioso accento colombiano, il più soave della latino-America. La maniera in cui è stato ammazzato il 2 luglio del 1994 è offensiva per tutto il genere umano.

Oggi, 13 marzo 2017, sarebbe diventato un elegantissimo cinquantenne.

LA “GENERACIÓN DORADA”

La data da segnarsi sul calendario per il calcio colombiano è quella del 5 settembre del 1993. La scena si svolge in casa dell’Argentina, nella casa dell’Argentina: il Monumentál, il cui locatore come noto è il River Plate. Il rapporto tra quei gradoni e le squadre che ne calcano il prato è complesso: può passare dal paradisiaco all’infernale senza mai considerare le mezze misure, ma quella volta si andò decisamente oltre.

Non solo arrivarono infatti gli applausi finali agli ospiti — che per la mera cronaca fecero la storia con un sonoro zero-cinque, che già sullo zero-quattro era record negativo per i padroni di casa — ma ad un certo punto ogni passaggio di quelli in maglia gialla veniva segnalato con un “olé” dal pubblico.

In campo c’erano diversi leader — almeno uno per settore — e andavano tutti d’accordo. La squadra capitanata dal “pibe” Valderrama funzionava perfettamente. Il suo punto forte era quella difesa che in dieci partite aveva subito la miseria di due gol, uno solo dei quali andò ad influire sul risultato finale, un pari ad Asunción. A racchiudere il momento ci pensò la stampa: era l’epoca della “generazione d’oro”.

Eppure in quella macchina perfetta Andrés Escobar non c’era. Il 1993 è un anno solare che dal mese di marzo lo vede fuori dai giochi per un infortunio ai legamenti del ginocchio.

Ma quella nazionale, nonostante l’assenza del leader difensivo, non perse mai durante quella fase di qualificazione. Arrivò prima nel proprio girone, scavalcando Argentina (battuta due volte), Paraguay e Perù.

La cosa non fa che ingigantire la figura di Andrés, sulla falsa riga di quello che successe a Nedved undici anni dopo: la sua Juve fu sconfitta in finale di Champion’s dal Milan, ma lui la vide dalla tribuna a causa di una squalifica. Tanti juventini rigiocarono la partita nella loro mente con il ceco in campo; allo stesso modo tanti colombiani, undici anni prima, pensavano ad una sola cosa: e quando tornerà Andrés quanto saremo inarrestabili? Come per il centrocampista ceco, la sua assenza fu catalizzatore della sua mitizzazione, tant’è che a Nedved venne assegnato il Pallone d’Oro, mentre al 26enne difensore fu fornita una virtuale fascia di capitano, quella di chi non ha l’età per scambiare il gagliardetto con il veterano della squadra avversaria, ma ha la stima incondizionata di compagni, pubblico e anche rivali.

Argentina-Colombia del 5 settembre 1993 è il parto di un bimbo che sembrava volesse restare per sempre nella pancia della madrepatria. Il fútbol colombiano era tornato ai Mondiali e questa volta — per la prima volta nella sua storia — da favorito (quattro anni prima fu eliminato agli ottavi e nel 1962, in Cile, non fece che una mera presenza), considerando anche lo stato di salute delle classiche pretendenti al trono, quasi tutte alle prese con importanti ricambi generazionali.

Incollata al teleschermo, quella sera d pieno inverno australe, c’era tutta la Colombia. Anche la parte clandestina: i guerriglieri delle Farc furono infatti ripresi con passamontagna, mitra e rutto libero davanti alla tv. E ad esaltare Valderrama, Higuita, Tino Asprilla e soprattutto quel longilineo difensore c’era un altro personaggio, all’epoca piuttosto in voga. E il cognome era lo stesso del numero 2.

“LOS DOS ESCOBAR”

Il meraviglioso documentario di Michael e Jeff Zimbalist (presentato a Cannes nel 2010) ci pone di fronte ad un quesito piuttosto scomodo. Si può parlare di un Escobar senza citare l’altro? Evidentemente no, a patto che il tema non riguardi le analogie tra i due. Perché è evidente che non ce ne possano essere.

Quello che emerge è piuttosto un Andrés che fa di tutto per metterci la faccia, per proteggere i suoi, per cercare di spostare le dita di una mano che non vuole che la pagina venga voltata dopo la morte di Pablo e, soprattutto, per sudare dentro le divise che indossa, dentro e fuori dal campo. Il suo assassinio è frutto del dilagare del disordine malavitoso e del fatto che lui stesso non sia mai riuscito a concedersi due cose: il gol del diretto avversario e il nascondersi.

La figura di Andrés calciatore si consacra in questo infernale contesto: da una parte c’è una nazionale — di cui lui stesso è uno dei leader — che viene vista come speranza anche e soprattutto per riabilitare il nome del paese. Dall’altra ci sono le mire espansionistiche di un uomo pronto a tutto, anche a far cambiare la Costituzione per evitare l’estradizione negli Stati Uniti. Come noto, ci riuscirà, anche e soprattutto a suon di bombe.

“JUICIOSO”

Ovvero con tanto sale in zucca. Così lo definisce María, sua sorella, unica donna di casa insieme all’amatissima madre. Quest’ultima lo lascia in tenera età e lui — che ha un altro fratello maschio, Santiago, primo calciatore della famiglia — sceglierà proprio la sorella come faro e confidente. La prima cosa che fa dopo la morte della madre è attaccarsi alle proprie passioni: lo studio e il calcio.

Il collegio è quello dell’omonimo barrio di Medellín, dove nasce e cresce: Calasanz, elegante quartiere residenziale della seconda città della Colombia. La scuola frequentata dal giovanissimo Andrés è tipicamente sudamericana: messa tutti i giorni e inno nazionale tutte le mattine. Il suo sogno, come confiderà sempre ad una delle tre donne della sua vita, è quello di vestire la maglia verde dell’Atlético Nacionál della sua città.

Un sogno identico a quello di tanti bambini, con una differenza originaria: Andrés, contrariamente a quasi tutti i suoi compagni di club e di nazionale, appartiene alla classe medio-alta di quella Colombia in fermento e pertanto non si è mai sentito costretto a diventare qualcuno — un calciatore professionista, nel suo caso — per uscire dal ghetto e per evitare di venire investito da una pallottola o da altri inconvenienti di una vita povera. Senza il burrone della povertà e della miseria alle spalle, come si diventa un campione? Qual è la motivazione? Forse non c’è. Forse Andrés, “juicioso” come nessuno, le cose le sa fare solo in due modi: o bene, o bene. E a furia di sfiorare la perfezione, specie sul campo di calcio della squadra del suo collegio, inizierà la sua perfetta carriera.

“UN TÉMPANO DE HIELO”

Ogni volta che uno spagnolo o un sudamericano viene al mondo ha già due cognomi e sono — rigorosamente in quest’ordine — il primo del padre e il primo madre. E se dal lato paterno riceve un insieme di lettere tra i più diffusi — ancora oggi — in Colombia, da parte materna gli piomba sul capo un’evidente eredità europea, sportivamente molto nobile e culturalmente molto settaria: Saldarriaga è un nome di chiare radici basche. I baschi, come noto, a calcio ci giocano parecchio e nell’Ottocento — insieme agli italiani — hanno contribuito a popolare maggiormente la latino-America, nell’ondata di immigrazione post-spagnola. Erano baschi i membri di uno dei battaglioni che seguì Garibaldi a difesa dell’Uruguay; aveva un cognome basco il portiere argentino — col numero 12 — che eliminò l’Italia nei Mondiali del ’90; ed era basco — della squadra basca per eccellenza — anche il difensore che distrusse il malleolo di Maradona, in uno dei tanti sanguinosi Athletic-Barcellona dei primi anni ‘80.

Andrés è lontano anni luce dalla garra basca. Il suo sorriso ne è la prova. Né rappresenta evidente indizio anche l’uso che fa dei suoi piedi, molto più simili a chi sa impostare. E infatti al collegio gioca come centrocampista di impostazione. Poi l’importante fisico — all’epoca il suo metro e ottantaquattro rappresentava una statura di rilievo fuori dai pali — lo invita ad arretrare fino al cuore della difesa, dove continua ad usare destro e sinistro indistintamente. Portare pressing su quello con la maglia numero 2 — capiranno presto tutti gli avversari — è completamente inutile e scopre il centrocampo ai suoi lanci precisi.

Le vele della sua carriera si gonfieranno molto presto: è un Andrés ventiduenne quello che si presenta sul dischetto del rigore nella finale di Libertadores contro l’Olimpia di Asunción (tre finali di coppa continentale consecutive per quell’armata paraguaiana), centrando l’obiettivo — freddo come un témpano de hielo, un iceberg, come lo definisce nel documentario uno dei bracci destri di Pablo Escobar — come se fosse due cose che non sarebbe mai stato nella sua vita: un veterano e un rigorista. Ed è un Andrés altrettanto giovane — solo di un anno più vecchio — quello che sorprenderà in positivo Arrigo Sacchi, allora tecnico innovatore del Milan, nel match valevole per la Coppa Intercontinentale, in una partita in cui quelli in maglia verde si arrenderanno solo al gol di Alberigo Evani al 119esimo minuto. Tra i migliori in campo ci fu proprio il numero 2 dei sudamericani, che non solo gioca bene, ma gioca esattamente come vorrebbe lo stesso Sacchi: testa alta, lancio preciso e padronanza di una difesa a quattro che sembra muoversi se, come e quando lo dice lui.

Se state pensando a Franco Baresi e subito dopo avete pensato che forse avete esagerato, non siate severi con voi stessi: il paragone regge eccome, tant’è che se Andrés non fosse stato brutalmente assassinato, oggi forse ci sarebbero diversi attaccanti (e attacchi) che parlerebbero di quel lungo colombiano come la principale causa dei loro mal di testa nei pomeriggi di metà e fine anni ‘90.

NARCOFÚTBOL

Come spesso capita nella vita della Colombia di quegli anni, c’è una doverosa parentesi da aprire. Il Paese, in quegli anni, sembra esattamente quello che è: un lago con una superficie che brilla di luce e un fondale ricco di navi affondate nel silenzio. Escobar l’altro, Pablo, da un lato bonifica un quartiere-discarica di Medellín, ma dall’altro infila le mani nella Costituzione del suo Paese e, previo assassinio di un ex giudice e di un parlamentare, riesce a “convincere” la Camera ad abolire l’estradizione, dato che anche gli Stati Uniti gli contestano traffici illeciti, tra Arizona e Texas e gli americani lo vorrebbero davanti ai loro tribunali dove avrebbe senza dubbio rischiato la pena capitale.

“È forse un’isola il calcio?”. A chiederselo è Francisco Maturana, leader sulla panchina della selección di quella generazione di fenomeni. La risposta, evidentemente, è no. Ed è così che ben presto i soldi derivanti dal narcotraffico vengono ripuliti nel grande canale offerti dal calcio, un mondo — all’epoca — lontano dai principali interessi dei controlli del Fisco e protetto da un’opinione pubblica che impazziva ai gol di tutti quei campioni trattenuti nella latino-America a suon di pesos colombiani, efficaci tappi nelle orecchie contro le affascinanti — all’epoca come non mai — sirene europee. Per i giornalisti è un rigore a porta sguarnita: l’espressione “narcofútbol” spopola tanto che per poco non entra nei vocabolari.

A proposito di Europa. La stagione 1989–1990, peraltro la più ricca per il calcio italiano, vede Andrés trasferirsi nella Svizzera germanofona, a Berna, nello Young Boys. La cosa all’epoca andava piuttosto di moda: è quasi certo che in una partita contro il San Gallo abbia incontrato un coetaneo cileno, non altissimo, ma particolarmente vivace quando la palla gli volava verso la testa. Il destino avrebbe potuto farli giocare ancora contro anni dopo all’ombra della Madonnina, sul finire degli anni ’90. E chissà che duello sarebbe stato, quello con Iván Zamorano.

Poi però il richiamo della natìa Colombia — e di tutto quello che lì stava succedendo — lo fece rientrare. Col Nacionál vinse la Coppa Interamericana e il campionato nel 1991. Ma è con quella nazionale in maglia gialla che si sente ormai pronto a fare miracoli.

“HAY QUE IR O IR”

Maria, yo no quisiera ir.

Andrés Escobar

Maria io non vorrei andare. “Pero hay que ir o ir”. Ma o si va, o si va. Andare a stringere la mano del padrone assoluto del Sudamerica — volenteroso di dare il suo in bocca al lupo a quello squadrone — lo inquieta non poco. E come potrebbe essere altrimenti? Il fatto è che Andrés, questa volta, deve prendere una posizione non sua, quella di chi deve adeguarsi alla massa (intesa come tutta la squadra), allineandosi e, pertanto, nascondendosi. Ma opporsi a Pablo Escobar all’epoca era sconsigliabile e, di fatto, impossibile.

Dopo la vittoria sull’Argentina ad Andrés e ai colombiani migliori nel gioco del calcio toccherà anche girare una serie di spot per le più svariate marche. Arrivare alla casa del boss, clamorosamente arroccata su una collina sulla quale lui stesso si divertiva gareggiando in moto con gli amici, era una conseguenza naturale. Le immagini mostrano un Andrés a disagio, vestito come se dovesse andare a trovare la nonna malata. La sua presenza in quel posto — che i colombiani chiamavano sinistramente “La Catedral” — suona tanto di bestemmia in chiesa.

Per sua fortuna però le luci saranno tutte per il portiere René Higuita, sospettato dalla stampa di essere fin troppo amico del narcotrafficante. Si avrà la conferma quando lui stesso — con i suoi pesos e la sua personalità, peraltro la stessa che gli permetterà di deridere gli inglesi a casa loro con la famosa parata dello scorpione — intercederà per il rilascio di una ragazzina sequestrata da un gruppo criminale. Un comportamento che si schianta frontalmente con una legge — specifica a dir poco — che vieta ai calciatori rapporti onerosi con la malavita. Higuita e il suo selvaggio metro e settantadue finiscono in carcere. E fu così che un pezzo di quella favolosa difesa fu tolta dal mondiale statunitense.

MALDIDOS ESTADOS UNIDOS

Se si fosse trattato dei Mondiali di Stati Uniti 1993 forse una stella dorata, oggi, sul petto la Colombia ce l’avrebbe. Ma il 1994 è un anno di totale panico. Oltre all’incarcerazione del leader Higuita c’è stata la morte di Pablo Escobar, arrivata il secondo giorno di dicembre del 1993. Da allora è stato il caos, soprattutto a Medellín, vero centro sportivo della nazione.

Andrés, interpellato, cerca di portare il discorso sul calcio, ma così facendo — con quella sua inguaribile genuinità — non fa altro che mettere ancora più a fuoco il fatto che il suo omonimo, volendo essere politicamente poco corretti, ha lasciato un inevitabile buco e la sua morte è stata tutt’altro che festeggiata.

Il viaggio americano della Colombia è cosa nota. I suoi giustizieri si chiamano Romania e — come arcinoto — Stati Uniti. Le due partite sono assolutamente identiche. Nella prima, vinta 3 a 1 dagli est-europei, la nazionale di Maturana domina. Asprilla ha due ottime occasioni che però non riesce a sfruttare, mentre dietro Andrés chiude su Raducioiu. Poco dopo, tuttavia, l’attaccante ex Verona, Brescia, Bari e all’epoca in forza al Milan, non trova più Andrés sulla sua strada e fa esattamente quello che poco prima il numero 2 gli aveva letto benissimo: rientra sul destro e segna. Il resto lo farà il non-cross del genio di Hagi che sorprese Óscar Córdoba, sostituto di Higuita che forse, a quella palombella avrebbe risposto ancora una volta con la parata dello scorpione di wembleyana memoria. Segnerà poi Valencia, ma Raducioiu — ancora una volta sul lato della difesa in cui Andrés non gioca — sigillerà il risultato.

Il problema andò ben al di là del calcistico. Molti scommettitori, in Colombia, avevano perso denaro con quella sconfitta e le minacce, nemmeno tanto velate, iniziarono a fioccare. E il difetto principale di quella nazionale emerge: l’inesperienza e l’impossibilità di esaltarsi nelle difficoltà, tanto cara, per citare un esempio, ad una nazionale europea di maglia azzurra, capace di trasformare critiche e insulti in benzina.

Non quella Colombia. E per un altro legittimo motivo: in quello spicchio di mondo i calciatori non avevano a che fare con giornalisti incazzati. A piovere sul loro capo sono le minacce di morte in una situazione di quel tipo era più che normale che il pensiero andasse alle famiglie. Prendete Andrés, distante anni luce da quel clima violento: tutte le sere, in ritiro, leggeva una pagina dal libro dei Salmi della Bibbia, con a fianco la foto di sua madre e della sua futura sposa.

Contro gli Stati Uniti il copione è scritto nella medesima maniera. La Colombia stradomina, ma non appena gli Usa mettono fuori il naso Andrés se la devia in porta. Lo stesso Óscar Córdoba dirà, come sa bene chi gioca in porta, che quando parte il cross si guarda direttamente negli occhi degli attaccanti che sono in area. E siccome quello del portiere è un ruolo maledettamente solitario, se succede qualcosa di sbagliato nel tragitto tra piede dell’esterno che crossa e corpo del difensore, non se ne accorge nessuno, a volte nemmeno il cameraman. E quel giorno, qualcosa di sbagliato successe. La sorella di Andrés, che stava guardando la partita con i genitori, esclama: “Mamma, lo ammazzano”.

Il 2–0 sulla Svizzera non farà che rendere ancora più amaro il rientro in patria.

IL TUNNEL

Tanto, forse troppo, fu scritto su quella sera del 2 luglio del 1994. L’antefatto vede, subito dopo i Mondiali falliti, una versione di Andrés piuttosto inedita. Pensieroso, con la mente rivolta ad una cosa che non si può più cambiare. Non è da lui. Ai compagni dirà una cosa ben specifica: il suo malessere riguarda il fatto di essere stato proprio lui — e non qualcun’altro — l’autore dell’autogol decisivo per la sua nazionale. Sono parole di chi conosceva bene il proprio valore e le proprie statistiche: sino ad allora, infatti, non aveva mai contribuito a segnare nella propria porta.

Tornati in patria, ai giocatori era stato consigliato il profilo basso e una vita all’interno delle propria mura domestiche. Andrés fa quello che ha sempre fatto: quello che vuole, ma con molto rispetto. A Medellín parenti e amici lo vedono più tranquillo, ma in casa proprio non ci vuole stare. Lo stesso Maturana — dimessosi da allenatore della selección praticamente all’aeroporto, al rientro a casa — dirà che non era una questione né di machismo né di principio. Il fatto era che Andrés, capitano morale a Stati Uniti ’94, era il primo a uscire da tutti i tunnel: quello che conduceva al campo da gioco e quello che avrebbe dovuto portare la sua nazione fuori da quel periodo buio.

Uno zelo che pagherà a caro prezzo. La sera del 2 luglio di 23 anni fa scelse di svagarsi, oltre che di metterci la faccia. Scelse un locale piuttosto popolare della sua città — El Indio — dove però non fece nemmeno in tempo a sedersi che si sentì urlare “complimenti per l’autogol!”, con — probabilmente — annesse risate di molti presenti, tutti seduti dal lato più confortevole di quella Colombia rovesciata. Dall’altro lato — non solo del locale — c’era un giovane di 27 anni, prossimo al matrimonio, forse anche stufo di dover rendere conto di un errore capitato sul lavoro, come capita peraltro a chiunque.

A quei loschi personaggi Andrés risponderà, non si sa come, ma probabilmente frontalmente, senza nascondersi. Fuori dal locale gli verrà scaricato un caricatore addosso mentre era al volante della sua auto, intenzionato ad andarsene. Morirà in ospedale 45 minuti più tardi.

Con l’accusa di omicidio, Humberto Muñoz Castro, autista del mezzo su cui viaggiavano diversi personaggi, verrà processato e condannato a 43 anni di carcere, poi ridotti a 21 nel 2001. La pena verrà tradotta in semilibertà nel 2005. Ultimo colpo di coda di un’epoca difficile di un paese inspiegabile.

Castro, come emerse, era uno dei bracci destri di due fratelli — tali Pedro David Gallón Henao e Juan Santiago Gallón Henao — nuovi autoproclamatisi re del narcotraffico, presenti nel locale quella sera. I due, per quei fatti, non vennero però nemmeno indagati.

Il messaggio del documentario “Los dos Escobar” è piuttosto chiaro e politicamente molto scorretto: con Pablo ancora vivo, in questo momento Andrés starebbe probabilmente soffiando sulle candeline, scambiandosi forse messaggi con tutta la storica retroguardia rossonera degli anni ’90. Ma quel 27enne, purtroppo per lui e per tutti, fu scelto dal Fato come capro espiatorio per una nazione in cui la parte criminale voleva mettere le mani sull’impero lasciato da Pablo. La sua scomparsa portò il Paese, se non altro, a lutto seguito da profonde riflessioni.

HOMBRE VERTICAL

Di Andrés si disse sempre che morì di un autogol. Mai menzogna fu più lontana dalla verità. Andrés, uomo affabile e disponibile, non era in grado di scendere a patti con un compromesso che avrebbe potuto salvarlo: non metterci la faccia e mandare a quel paese, per una volta, tutti quanti.

E invece quella maledetta sera decise di uscire, forse a svagarsi, di certo per non nascondersi più in casa. “La vida continúa”, disse sceso dall’aereo di rientro dagli Usa. Ma non per chi non riesce a scendere a patti. Il film “Watchmen” di Zack Snyder e l’omonimo fumetto di Gibbons e Higgins propongono un personaggio molto affascinante: Rorschach — chi studia psichiatria magari potrebbe avere una sensazione di déjà vu alla vista di questo nome — è uno sbirro che non ha pietà per criminali comuni, corrotti e devianti. E soprattutto non ama le bugie, ancora meno quelle dette per il bene di tutti. Non vi sveliamo il finale, ma il mondo che verrà creato per salvare tutti quanti da un olocausto nucleare, non gli piacerà perché basato su una menzogna.

Andrés non era un uomo senza pietà, ma proprio non poteva accettare l’idea di doversi nascondere per aver commesso un errore, l’unico di quella sua carriera. Pagherà, a caro prezzo, finendo per sempre orizzontale. Ma l’hombre, anche quello per sempre, resta inequivocabilmente vertical.

BONUS TRACK

Quella maglia numero 2 in qualche modo a Milano ci arriverà. Certo, doveva essere di Andrés, perfetto potenziale protagonista della copertina di Dribbling, ripreso mentre cammina in galleria Vittorio Emanuele II col suo italiano inizialmente stentato, ma sempre cortese, a dire che in Italia si sta bene che il clima piace anche a sua moglie Pamela. Invece la storia sarà diversa.

Non il destino però. Lo ammettiamo, è vero: probabilmente non esiste nulla di calcisticamente così lontano da Andrés come Iván Ramiro Córdoba. E altrettanto probabilmente, nulla di così vicino. Cordoba è l’altra America. È quella dei Tino Asprilla e degli Ivan Zamorano, è l’America dei pronipoti di Incas e Charrúa, quella che di mettere la palla sulla traversa da 50 metri non gliene è mai importato granchè, ma che se c’è da portare fegato, cuore, e qualcos’altro, oltre l’ostacolo lo si fa e basta.

Si innamorerà di lui tale Hernán Darío Gómez, attuale allenatore di Panama e vice di Maturana ai tempi di Andrés. Era talmente convinto che quel velocista ventenne potesse ereditare l’immortale spirito di Escobar che gli consegnò una maglia — quella della nazionale col numero 2 — che nessuno, nemmeno i veterani, si sentiva di indossare. Con quel lasciapassare Córdoba andrà al suo club, lo stesso di Andrés Escobar, a chiedere, “con mucho respeto”, che gli venisse consegnato il numero 2.



Chiedere all’Inter, pochi anni dopo, la numero 2 appartenuta sino a poche ore prima a una leggenda come Giuseppe Bergomi deve essere stato un gioco da ragazzi. Di sicuro, sempre con enorme respeto.

Il 29 luglio del 2001 la Colombia vinse in casa il suo finora unico trofeo, la Copa América, nella finale contro il Messico. A segnare il gol decisivo con un incredibile stacco di testa fu il giocatore con indosso la maglia numero 2.

Approfondimento a cura di Alessandro Moretti

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