#CrampiGiro: i magnifici 6+1 del prossimo Giro

Siamo pronti per la grande partenza.

Finalmente domani pomeriggio, a Bologna, il primo atto della gara più attesa dell’anno. Il primo di ventuno, ma non uno qualsiasi: ‘breve ma intenso’ per una volta non sarà un modo di dire, ma indicherà l’impeto con cui gli atleti si immergeranno negli otto chilometri iniziali della gara, tredici minuti circa da bersi tutti d’un fiato, con gli ultimi due chilometri – sei minuti a wattaggio elevatissimo, tutti in salita, a partire dalla svolta a centottanta gradi del Meloncello su su verso il Santuario di San Luca – già di sofferenza e grande spettacolo. Sabato sera avremo un primo leader, e non sarà, come spesso succede, un velocista, uno rassegnato a perdere la maglia già l’indomani; sarà con ogni probabilità già uno dei grandi favoriti, uno dei sei golden boys: i sei capitoli principali della magnifica storia che ci apprestiamo a raccontare, e che ci accompagnerà nelle prossime tre settimane.

L’ultima volta che il Giro affrontò il San Luca ci si arrivava a 50km/h attraverso l’Arco del Meloncello; domani i corridori arriveranno dall’altro lato, affrontando una curva a 180° e non è escluso che qualcuno decida di fare un cambio bici proprio lì. Curiosità: a 7’22’’ si vede un allora sconosciuto Froome perdere le ruote di Simon Gerrans.

Tom, l’uomo che non ha paura di cambiare.

Strano soprannome, la farfalla di Maastricht, per un ragazzone di quasi un metro e novanta che ha sempre avuto nella potenza e nel passo la sua migliore qualità. E infatti lui ha sempre dichiarato di non gradirlo più di tanto. Almeno per i primi anni di carriera, era considerato niente di più che un ottimo cronoman; e invece dal 2015 in poi – da quando cioè andò in maniera inaspettata, soprattutto per se stesso, a sfiorare la vittoria nella Vuelta – l’olandese ha iniziato un percorso di completa ridefinizione, cambiando radicalmente i propri allenamenti, la propria alimentazione, i propri orizzonti, i propri sogni: tutta la propria vita. Ha perso parecchi chili, riuscendo però a non perdere nulla in potenza né massa muscolare; ha di fatto eliminato completamente la massa grassa dal proprio corpo. Da cronoman-passista ha provato a diventare, con un successo insperato, uomo in grado di tenere, e qualche volta addirittura attaccare, anche in montagna; uomo da grandi giri, proprio sulla falsariga di ciò che fece nei primi anni novanta Miguelòn. Tom non lo nomina mai, e si schermisce sempre quando il paragone viene fuori, ma è chiaramente al fuoriclasse navarro che tutti pensiamo, ogni volta che analizziamo il progresso e le capacità, il modo stesso di stare in bici e pedalare di Dumoulin. Da qui a dire che il paragone può reggere, sia chiaro, mancano ancora un Giro e cinque Tour, appena appena.

un omaggio a Tom Dumoulin da parte dei suoi tifosi spagnoli. Tra le varie perle: “Era una persona, ahora es una machine”; “Un Indurain de la vida moderna”; “Hoy gana Dumo, hoy todos contentos!”

Ma l’uomo più atteso, il favorito numero uno di questo Giro, è Tom Dumoulin, uno dei cronoman più forti di sempre, uno che il Giro lo ha già vinto alla grande. Lo ricordiamo bene: era l’edizione numero 100, mica una qualsiasi. Ed in quella numero 101, l’anno scorso, c’è andato vicino, vicinissimo: sconfitto a Bardonecchia da un numero mostruoso di Froome, che si è dovuto inventare pur di batterlo un’azione già vista soltanto in altri tempi, in un altro sport, quando senza i computerini di bordo partire in solitaria a ottanta chilometri dall’arrivo era considerato possibile e non già una follia. Non contento di quel podio, dopo due mesi Tom era andato a prendersi un altro, meraviglioso secondo posto al Tour; cosa che da un lato lo ha fatto diventare uno dei più grandi interpreti dei Grand Tour degli ultimi anni, e dall’altro gli ha suggerito che senza esagerare, senza voler provare una doppietta riuscita negli ultimi venticinque anni soltanto a Marco Pantani e – appunto – a Miguel Indurain (e sulla quale è rimbalzato perfino Chris Froome), il prossimo anno il Tour poteva puntare decisamente a vincerlo. Per tutto l’inverno, quindi, l’olandese ha dichiarato con fermezza che al Giro non sarebbe venuto: la sua testa era tutta in Francia, era tempo di conquistare finalmente la Grande Boucle. Quando però il tracciato del Giro 102 è stato svelato, quei quasi 60 chilometri a cronometro inseriti in tre tappe assolutamente decisive hanno fatto convocare in casa Sunweb una riunione d’urgenza, alla fine della quale si è detto che in tutta onestà il Tour, dopotutto, non è così importante.

A ripensarci bene quel soprannome, la farfalla, non era poi così sbagliato. Proprio come una farfalla, Tom Dumoulin è sempre in grado di cambiare: che sia un’idea, un programma di lavoro, o anche il proprio corpo. Chissà se chi glielo aveva dato, tanti anni fa, era riuscito a vedere così lungo, o se al contrario Tom è riuscito ad imparare l’arte della trasformazione immedesimandosi proprio dentro ad un soprannome casuale. O più probabilmente, Tom è un ragazzo che sa nascondersi: se viene paragonato ad un mostro sacro, o ad un animale, cui sa di assomigliare tantissimo, nega e volta lo sguardo; ché se vuoi vincere un Giro devi pur essere pronto a combattere d’astuzia, oltre che di fisico.

Primož, un ragazzo semplice.

Era il maggio del 2013 quando Primož Roglič, un ragazzo di ventitré anni che aveva appena deciso di cambiare sport, intraprese un viaggio in macchina con la bici nel retro della vettura. Da casa sua in Slovenia andava fino alle Alpi Giulie a vedere i suoi beniamini lottare per la conquista del 96° Giro d’Italia. Primož non cambiava sport come abbiamo fatto noi da ragazzini, passando dal minibasket al calcetto per fare contento papà; decideva di passare dall’essere un professionista del salto con gli sci ad essere un professionista della bicicletta. Una cosa semplice, insomma. Sei anni prima, a diciassette anni, si era laureato campione del mondo juniores a squadre con la sua Slovenia; una cosa mica da poco, ma già dopo un paio di anni questa impresa, che a chiunque altro sarebbe bastata a vantarsi per una vita intera, non gli sembrava più tanto grande: la sua impressione era che non stava riuscendo a diventare il numero uno assoluto al mondo come avrebbe voluto, e quindi decise, semplicemente, di provare a farlo in un’altra disciplina. Come se fosse la cosa più semplice del mondo. Memore delle ottime sensazioni avute durante un periodo di riabilitazione in cui era stato costretto – la bici, per tutti gli atleti che gareggiano in discipline esplosive, è considerata piuttosto deleteria in quanto lo sforzo costante e prolungato fa sviluppare molto le fibre rosse: i suoi allenatori ovviamente volevano che i suoi muscoli restassero completamente bianchi – a montare in bici dopo un pauroso incidente occorsogli nel 2007, il giovane Primož iniziò a darci dentro ed a breve riuscì ad ottenere un contratto con una piccola squadra locale, la Adria Mobil. Quando sul Montasio, nel 2013, si appostò per essere testimone della grande vittoria di Rigoberto Uràn, vide tagliare il traguardo parecchi dei ragazzi che da sabato prossimo saranno suoi avversari. Uno fra tutti, Vincenzo Nibali, che quel Giro sarebbe poi andato a vincerlo.

L’incidente del 2007: il ragazzo ne esce piuttosto malconcio

Nei sei anni trascorsi da allora, Primož ha vinto ventinove gare tra i professionisti: le sue specialità sono le cronometro e le corse a tappe di una settimana, eppure l’anno scorso ha sfiorato un numero colossale al Tour de France, dove in teoria era partito per aiutare il compagno di squadra Kruijswijk, andando poi a scavalcare il suo capitano e perdendo il podio soltanto all’ultima tappa e per colpa di un certo Chris Froome. Al Giro numero 102 partirà da capitano indiscusso e da favorito assoluto insieme a Dumoulin; quest’anno ha corso poco, ma il suo ruolino è impressionante: ha stravinto tutte e tre le gare (di cui due mica qualsiasi: Tirreno-Adriatico e Romandia) cui ha preso parte.
Il suo obiettivo è, al solito, molto semplice: diventare il primo sloveno nella storia a vincere un Grand Tour.

Simon e quel lavoro da portare a termine.

E’ la metà di due, Simon. Fratello gemello e monozigote di Adam, col quale condivide l’intero corredo genetico e pure l’intera carriera agonistica. Uguali identici, i due, stessa faccia stesso fisico, identici pure nel modo di pedalare, tanto che è impossibile distinguerli, quando sono nella stessa gara, se non per il numero di dorsale. Nelle gare in cui partecipava uno sì e l’altro no, invece, le malelingue del settore i primi tempi hanno scherzato (ma forse non troppo) dicendo che i due si alternassero, un giorno a testa, per poter essere più freschi. Erano troppo freschi, troppo forti i gemelli Yates: evidentemente spinti da una fiducia superiore proprio da questo essere due in uno.

Era talmente fiducioso l’anno scorso, Simon, che quando sull’Etna partì staccando tutti e andando a riprendere il suo compagno Chaves che era in fuga, se lo portò fino in cima e gli lasciò la vittoria in premio: tappa a te e maglia a me, gli disse Simon, voglio portarla fino a Roma. La tenne per ben tredici tappe, quella maglia rosa, prima di crollare sotto le cannonate del Colle delle Finestre, in una tappa che nella memoria storica diventerà la più memorabile degli ultimi quarant’anni, e della quale anche Simon ha ottima memoria e qualcosa da tacere ai nipotini, un giorno: quaranta minuti di ritardo, una crisi mostruosa e tutti i sogni di gloria, un anno di lavoro, due terzi di Giro da leader, la gloria eterna, tutto vanificato in un colpo solo.

La tristissima pedalata di Simon nel suo giorno più brutto

Eppure è testardo, Simon Yates. ‘Il Tour? Non mi interessa. E’ il Giro la corsa più bella del mondo!’, ha dichiarato più e più volte, e possiamo immaginare la reazione non proprio divertita dei francesi. A noi, invece, questa cosa piace, e pure tanto. Così come ci piace l’atteggiamento sempre aggressivo del ragazzo, sempre pronto ad attaccare: uno che non si risparmia mai, che non gioca mai in difesa, un attaccante nato. Sì, qualche volta esagera, ed il Giro dell’anno scorso ne è stata l’evidenza, ma di sicuro gli ultimi dodici mesi hanno portato anche tanta saggezza in casa Yates. Ha imparato abbastanza bene: già pochi mesi dopo ha saputo entrare nella storia vincendo la Vuelta, e senza rinunciare allo spettacolo, all’attacco continuo.

Simon è uno scalatore, è veloce, è aggressivo, va molto bene a cronometro: le carte in regola le ha tutte per poter sparigliare i due dominatori predestinati di questo Giro.

Vincenzo e la tabellina del 3.

…duemilatredici, duemilasedici, duemiladiciannove! E’ questo il mantra numerico che dentro la sua testa il nostro Vincenzo da Messina sta recitando ossessivamente da mesi. Immaginando, nei suoi sogni ad occhi aperti, di saltare di tre in tre, come un cavallo più che uno squalo, con la leggerezza di chi non ha niente più da dimostrare, con la concentrazione di chi quando punta un obiettivo sa che non lo lascerà scappare a meno di cause di forza maggiore.

Vincenzo Nibali ha vinto di tutto. Oltre ai due Giri, anche un Tour ed una Vuelta: in tutta la storia, sono solo in sette ad aver ottenuto la tripla corona. Ma Vincenzo ha fatto molto altro; per altre sei volte è salito sul podio di un Grand Tour; ha vinto tre Classiche Monumento; cinquantadue gare disseminate in quindici gloriosi anni di carriera. Molti lo danno per vecchio, per finito, lo dicono distratto dalle voci di mercato che raccontano già di un accordo per un contratto milionario offertogli da Massimo Zanetti. Dicono che con quei 60 chilometri di cronometro gente come Dumoulin e Roglič non gli lascerà alcuna speranza; come se Vincenzo non ci avesse già insegnato più volte ad aspettare prima di parlare, a non dare mai nulla di scontato quando lui è in gara.

Se vogliamo immaginarcelo, il Giro di Vincenzo, se vogliamo proprio volare, fare capriole con la fantasia, pensiamo che noi un Grande Giro con tre crono impegnative l’abbiamo già visto. Proprio così, nell’ordine: una breve alla prima tappa, una lunghissima nel mezzo, ed una terza proprio in conclusione. Uguale uguale. L’abbiamo visto, sì, un giro disegnato per non dare speranza alcuna a chi non è uno specialista. Ed abbiamo visto chi veniva dato per spacciato, schiacciato in mezzo a dei mostri in grado di dargli otto minuti – otto minuti! – nelle tre prove contro il tempo, riuscire a far saltare il banco nella seconda metà della corsa, riuscire a recuperare tutto nelle tappe di montagna e poi pure rilanciare, dare distacchi incolmabili a quegli stessi mostri. Quest’anno sono ventun anni da quel luglio memorabile, e se è vero che i miracoli avvengono una sola volta, è anche vero che Vincenzo non è proprio fermo a crono, e che nell’ultima settimana di Giro ci sono almeno cinque tappe in cui la montagna sarà spietata, in cui la crisi è dietro l’angolo, ad ogni chilometro, per chiunque.

Ce lo auguriamo, glielo auguriamo: quando Vincenzo punta una corsa molto raramente manca l’obiettivo, ma mai, proprio mai, mancano lo spettacolo e l’adrenalina.

Miguel Angel, the weird superman.

Non che abbia bisogno dell’alcool per poter fare le sue acrobazie, come lo spassoso protagonista della canzone dei purtroppo dimenticati Straw, ma di certo Miguel Angel Lopez è stato finora un superman piuttosto strano. Salito alla ribalta nel 2014, a soli venti anni, grazie alla vittoria del Tour de l’Avenir che lo aveva immediatamente proiettato nella più che agognata posizione del next big thing del ciclismo mondiale, il colombiano non è ancora riuscito, nelle sue quattro stagioni di world tour, a vincere un Grand Tour. Certo, non possiamo dire sia stato finora deludente, anzi: due anni fa concluse in crescendo una Vuelta in cui doveva fare il gregario di Aru, ed invece tolse ogni dubbio su chi dei due fosse più forte. Partito con l’handicap, quando fu chiaro che il sardo non sarebbe andato da nessuna parte iniziò una rincorsa entusiasmante, con due vittorie di tappa ed un ottavo posto finale che lasciava ben sperare per l’anno successivo. E appunto l’anno scorso ha raggiunto la definitiva consacrazione, centrando il podio sia al Giro che alla Vuelta, e meritandosi di certo un ruolo da favorito per il Giro 102. Qualcosa però, ne siamo certi, gli ha lasciato finora un po’ di amaro in bocca: venuto fuori come il più grande colombiano del dopo-Quintana, è stato scavalcato nelle gerarchie da un Bernal che è di tre anni più giovane di lui, ed avvicinato quest’anno dall’ancora più giovane Sosa.

Questo pezzo ha vent’anni, ma di certo la band di Bristol aveva sognato Superman Lopez, prima di comporlo

Al Giro sarà penalizzato certamente dai tanti chilometri a cronometro, che resta il suo grande tallone d’Achille. L’anno scorso era riuscito ad arrivare terzo pur perdendo più di tre minuti nei quarantatré chilometri di corsa contro il tempo. Quest’anno, dopo aver vinto e convinto dominando la Volta a Catalunya cinque settimane fa, è di fatto scomparso dalle gare, e farà il suo rientro direttamente al Giro. Ce lo immaginiamo, nell’ultimo mese, ad aver passato ogni santo giorno a provare a correre da solo, senza gruppo, a trovare una posizione migliore in sella, a studiare in galleria del vento, a provare ad aumentare i watt, a mettere qualche chilo, lui che a stento arriva ai sessanta.

Senza un po’ di potenza in più, la vittoria di un Grande Giro, ed in particolar modo di questo, sembra ancora proibitiva per il colombiano; il suo obiettivo è di arrivare a San Marino con un distacco non troppo proibitivo dai primissimi, e poi sfoggiare un’ultima settimana più che spettacolare, mai vista prima. Lo sappiamo, Superman ne sarebbe più che in grado.

Mikel y su gran oportunidad.

Sulla carta, parte parecchio lontano dai primissimi favoriti. Sulla carta, non è proprio uno super vincente, quando si tratta di Grandi Giri. Eppure in Spagna, e soprattutto nei Paesi Baschi, Mikel Landa Meana è idolatrato come un messia; è considerato, con un po’ di sana partigianeria ma non proprio senza alcuna ragione, lo scalatore più forte di tutti i tempi.

Al Giro 102 sarà al suo dodicesimo Grand Tour, ma soltanto in due occasioni, due occasioni in cui faceva il gregario peraltro, è riuscito a competere ad altissimi livelli. Da gregario, nel 2015 aveva una gamba decisamente superiore a quella del suo capitano Aru, e nella impari lotta a resistere alle bordate del più vincente e straripante spagnolo, quello leggendario ed inarrivabile che di nome fa Alberto, fu decisivo al punto che ci fu una strana impressione, alla fine, come se certi ordini di scuderia non lo avessero lasciato completamente libero di esprimere la propria potenza e sregolatezza, e di fatto limitato ad un terzo posto che probabilmente avrebbe potuto essere un secondo. Due anni dopo, con una casacca diversa, nel quarto e per ora ultimo Tour vinto da Chris Froome, Mikel era di nuovo al servizio del capitano. Era il suo gregario numero uno, quello indispensabile. Di nuovo, dopo aver lavorato come un mulo lungo intere catene montuose, dava l’impressione di averne più di quanto fosse libero di dimostrare. L’hashtag #freelanda, allora, era già stato largamente sdoganato. Ma figuriamoci se in casa Sky potevano lasciare libero un cavallo pazzo e incontenibile come il basco. A Marsiglia sfiorò il podio centrando la crono perfetta, per lui che è quanto di più vicino alla definizione di scalatore puro possa mai esistere: un secondo. Un solo secondo. Dopo tremilacinquecentoquaranta chilometri, dopo ottantasei ore passate in sella ad una bici, a scalare le Alpi ed i Pirenei nel pieno di luglio, Mikel perse il podio per un fottuto secondo. Che l’inverno successivo dovesse lasciare, non proprio amichevolmente, la squadra inglese, era piuttosto ovvio. Tornato finalmente in Spagna, la sua tanto agognata liberazione non è stata però mai completa: partecipare ad un Tour de France insieme a Valverde e Quintana non dev’essere stato proprio come sentirsi libero di volare, ma pure il basco riuscì ad essere l’anno scorso il migliore dei suoi; eppure – eppure! – è soltanto per un puro caso che ad oggi si ritrova ad essere capitano unico in casa Movistar. Come evidentemente scritto a caratteri cubitali nel suo karma, doveva fino a pochi giorni fa dividere i gradi col più quotato e soprattutto campione del mondo in carica Valverde. Purtroppo però (o forse, dal punto di vista di Landa, fortunatamente!) Alejandro ha avuto una settimana non proprio tranquillissima: alla Freccia Vallone ha inghiottito un’ape che lo ha poi morso all’interno della gola (riuscendo comunque, da vero supereroe qual è, a portare a termine con un incredibile undicesimo posto la gara), e due giorni dopo è caduto in allenamento incrinandosi l’osso sacro (ma ovviamente, essendo lui Valverde, ha voluto comunque correre la Liegi per centocinquanta chilometri prima di ritirarsi e dare forfait anche per il Giro).

Al gala dell’Unione Ciclistica Internazionale, dopo una stagione a sgobbare per Froome, perfino lo stesso Mikel si è sentito in dovere di gridare #freelanda

Probabilmente le stelle stanno dicendo qualcosa a Mikel. Probabilmente, alla soglia dei trent’anni, sarà finalmente libero di correre un Giro da protagonista e senza troppi ordini di squadra, e dimostrare se sul suo conto avessero più ragione i suoi compaesani oppure i suoi direttori sportivi. A meno che non venga fuori, se il karma è davvero il karma, un inatteso e mirabolante exploit di uno dei suoi scudieri, uno fra tutti quel Richard Carapaz che l’anno scorso ottenne un sorprendente quarto posto finale e col quale Mikel pochi giorni fa è arrivato vittorioso sul traguardo di Cangas del Narcea alla Vuelta Asturias. Pare che subito prima che i due tagliassero a braccetto il traguardo Mikel abbia sussurrato al suo compagno: “Richie, questa te la lascio, ma al Giro fai il bravo…”.

L’impronosticabile, quando parliamo di sport, è sempre dietro l’angolo.

Hai voglia a dire favoriti. Possiamo passare una vita intera a sproloquiare di competenza, di pronostici, di attese, di gare che andranno in una certa maniera. Quando poi i ragazzi attaccano il numero sul dorsale, quando indossano la tuta, quando scatta il click degli scarpini nei pedali, in quel momento sappiamo bene che il mondo cambia la sua intera faccia. Ogni cosa può succedere: forature, incidenti, pioggia e vento, può arrivare la neve o il troppo caldo. I favoriti possono cadere, possono deludere, possono andare in crisi e perdere terreno; e gli sconosciuti, che d’altronde sono i futuri campioni del mondo, dovranno pur iniziare da qualche parte la loro strada verso la gloria. Ecco che non possiamo non dedicare l’ultimo capitolo a tutto il resto del pelotòn, agli altri centosettanta ragazzi che partono da Bologna con le stesse speranze, le stesse aspettative dei primi.

Tra questi, terremo particolarmente d’occhio il mostro a tre teste del team Ineos: gli inglesi, con una mossa discutibile ma probabilmente redditizia, portano al Giro tre ragazzini scatenati, che in tutto sommano sessantacinque anni e due soli Grand Tour all’attivo: Pavel Sivakov, Ivan Ramiro Sosa, Teo Geoghegan Hart.

Altre squadre da tenere d’occhio saranno la BORA-hansgrohe, che ha in Rafal Majka (già tre volte nei primi dieci al Giro) e Davide Formolo (la seconda speranza italiana: decimo nelle due ultime edizioni) le sue due punte di diamante, e la Trek Segafredo di Bauke Mollema (settimo due anni fa).

Altro certo protagonista sarà Ilnur Zakarin, il russo che al Giro è legatissimo non solo per la grande vittoria di Imola di quattro anni fa e per il quinto posto finale del 2017, ma anche per quella caduta che ci ha tenuti tutti col fiato sospeso nella tappa del Colle dell’Agnello di tre anni fa, quando cadde rovinosamente in discesa fratturandosi la clavicola.

a 3:37 il momento in cui si è temuto il peggio per Ilnur

Bob Jungels merita un discorso a parte. Il lussemburghese si presenta al Giro senza troppi proclami, in punta dei piedi e la sua squadra dice di essere tutta a disposizione del velocista Elia Viviani. Ma essendo Bob un mostro a cronometro, ed avendo già ottenuto un sesto posto in un Giro di tre anni fa, non ci sentiamo di escluderlo dalla lotta al podio se riuscirà a fare una prova monstre a San Marino.


E a proposito del campione italiano Elia Viviani, durissima sarà anche la lotta alla prestigiosa maglia ciclamino, che caratterizzerà sicuramente la prima metà del Giro. I suoi avversari più temibili saranno di certo il colombiano Fernando Gaviria, l’australiano Caleb Ewan, il francese Arnaud Demare e l’italiano Giacomo Nizzolo. Ma la storia della maglia ciclamino, cari Crampisti, sarà una delle prossime puntate del nostro #CrampiGiro.

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