Oltre l’etichetta della favola: cose che non sapevi sulla Danimarca

Di come la Danimarca del ’92 vinse l’edizione più folle di sempre della storia degli Europei di calcio si è detto e raccontato tutto, ed in ogni salsa possibile. La narrazione di quella cavalcata storica compiuta tra lo stupore di tutti si colloca a metà tra la cronaca ed il mito, anzi, dato che la Danimarca ha dato i natali al celebre autore di fiabe Christian Andersen, a metà tra la cronaca ed il racconto fantastico.

Di quella clamorosa impresa sportiva compiuta nell’estate del ’92 (da cui è tratto anche il film “Estate ‘92”, fortunatamente ad uso e consumo principalmente del pubblico scandinavo) ancora oggi non è dato sapere se alcuni aneddoti corrispondano a verità o piuttosto siano bugie bianche messe in circolo per alimentare ad arte l’epicità della narrazione intorno a Schmeichel e soci.

Ma se è vero che non siamo nessuno per rovinare una bellissima storia con la verità, vi racconteremo allora alcuni antefatti che renderanno quella vittoria ancor più incredibile. Persino inevitabile.



Partiamo quindi dall’origine di tutto. È il 7 settembre 1876, e in Danimarca si sta giocando la prima partita del calcio danese. Fin qui nulla di strano, se non fosse che contro ci siano due squadre dello stesso club (il Copenaghen Boldklub) e che mentre nell’immaginario collettivo ancestrale le squadre in campo si identificano e differenziano sotto il vessillo della maglia, loro erano “cappelli rossi” contro “cappelli bianchi”, probabilmente in omaggio ai colori della bandiera danese. Si gioca addirittura in un parco, ed i cappelli rossi vincono sui cappelli bianchi.
La prima partita ufficiale di calcio si giocherà in Danimarca solo nel 1883.

Nel 1889 venne poi fondata anche la Federazione calcistica danese (la DBU), e per uno strano scherzo del destino il presidente Frederik Markmann, non aveva mai tirato un calcio ad un pallone. Era infatti appassionato giocatore di tennis.

Il calcio danese tuttavia aveva ancora tanta strada da fare, considerato che non era concepita la pratica calcistica a livello professionistico: chi voleva poteva farlo dopo il lavoro, mentre a chi sceglieva la strada del professionismo veniva addirittura negata la convocazione in nazionale. Questa era infatti a solo appannaggio dei dilettanti, dettaglio che rese quella danese una nazionale quasi leggendaria in campo olimpico (due argenti consecutivi) ma che era poca roba a confronto con quelle professionistiche.




Unica eccezione la Danimarca dell’Europeo ’64, che arrivò coi dilettanti sino alle semifinali, per poi cedere 0-3 con l’URSS e finire quarta alle spalle dell’Ungheria nella finalina per la medaglia di bronzo.
Capocannoniere della competizione fu comunque un danese, Ole Madsen, che fu anche poi proclamato “Calciatore danese dell’anno”. La fama gli fece arrivare la chiamata del Milan, ma fu costretto a rinunciare per non perdere la nazionale, proprio perchè nella massima selezione danese non potevano esserci giocatori professionisti, un paradosso. Madsen l’anno dopo tuttavia si trasferì allo Sparta Rotterdam, dove in tre anni segnò 22 gol.

L’embargo della nazionale verso i professionisti durò fino al 1971, e con i ranghi al completo e rinforzati i danesi affrontarono subito il Portogallo di Eusebio. Finì 5-0 per i lusitani.

Sempre negli anni ’70 cadde un altro tabù imposto dalla Federazione danese. Fino a quel momento, infatti, il regolamento federale aveva imposto ai club di non poter ricevere alcun indennizzo per la cessione dei propri atleti. Pertanto, le società vedevano andare via i giocatori migliori senza la possibilità di arricchirsi. Le società di mezza Europa hanno fatto quindi man bassa finché è stata data loro questa opportunità.
Questa assurda regola fu rimossa finalmente nel 1979.

Procedendo di Europeo in Europeo, nel 1984 il torneo continentale viene ospitato dalla Francia.
Anche qui la Danimarca si presenta ai nastri di partenza da outsider, ed in più col rebus portieri. A contendersi la maglia da titolare sono Ole Kjaer e Troels Rasmussen, peccato però che nessuno dei due giocherà nemmeno una sola partita di quel torneo. A spuntarla sarà infatti per vicissitudini varie il terzo portiere Ole Qvist, 34 anni e di professione calciatore part-time. Ole infatti nella vita di tutti i giorni è un vigile del fuoco, e per partecipare agli Europei è costretto a prendersi giorni di ferie per giunta non retribuite.

Ritenuto il punto debole della squadra, l’esperto portiere non solo le giocherà tutte, ma per poco non para il rigore che avrebbe mandato la Danimarca a giocarsi la prima finale europea della sua storia. Purtroppo intuisce solamente il bolide che dagli undici metri l’attaccante spagnolo Sarabia scaglia alle sue spalle.
La lotteria dei rigori premia così la Spagna, che poi perderà in finale 2-0 contro la Francia padrona di casa.

Al suo ritorno i colleghi poliziotti lo attendono all’aeroporto per tributargli i giusti festeggiamenti. Lui li accetta di buon grado venendo portato in trionfo dai colleghi, mentre invece rifiuta il contratto che gli venne offerto dal QPR: il richiamo al dovere dell’uniforme fu più forte di un futuro da calciatore professionista.



La nazionale danese spesso viene ricordata col soprannome “Danish Dynamite”, ed i più credono che sia riferito al gioco esplosivo messo in pratica dal tecnico tedesco Sepp Piontek. In effetti è anche così, o meglio: è una conseguenza.
La storia infatti vuole che dietro questo soprannome ci sia tale Soren Bo Andersen, che creò il ritornello “We are red, we are white, we are Danish Dynamite”.

L’iniziativa fu ideata dal tabloid BT in occasione della partita del 21 settembre 1983 a Wembley tra Inghilterra e Danimarca: un momento storico per i tifosi ed il calcio danese, che andava celebrato con un inno speciale. La testata giornalistica mise in palio anche diversi premi: un pallone interamente d’oro, 2500 corone più altre 1000 corone per ogni gol segnato dalla Danimarca.

Per la cronaca, finì 1-0 per i danesi, e da allora i tifosi non lasciarono più il fortunato coro, nemmeno nei momenti sportivamente più difficili della storia della nazionale.
Il buon Soren, dal canto suo, all’epoca intascò la bellezza di quasi 500 euro al cambio attuale ma cosa volete che siano 500 euro a confronto dell’immortalità del suo neonato coro da stadio?



Infine, un aneddoto poco ricordato proprio di Euro ’92. I giocatori danesi, ripescati ai danni della Jugoslavia estromessa per i sanguinosi fatti della guerra civile, devolvettero parte dei loro premi vittoria proprio ad un fondo di solidarietà a sostegno delle popolazioni vittime della guerra civile jugoslava.


Un gesto che riempie di orgoglio e dignità una cavalcata che ha saputo regalare emozioni ed insegnamenti oltre lo sport. Soprattutto perché, come per ogni fiaba che si rispetti, dopo il lieto fine c’è sempre un insegnamento da portare nel cuore.

Condividici

Commenta



Copyright 2018 Crampi Sportivi © All Rights Reserved