Guida ai non-playoff Nba

Finita la stagione regolare della NBA, inizia la corsa al titolo nei playoffs.

Ovviamente, i riflettori saranno tutti puntati sulle squadre qualificate.

Naturalmente, chi ha chiuso anzitempo la stagione farà da spettatore di chi si è dimostrato più bravo.

Logicamente, le immagini che ci resteranno nella memoria relative a questa stagione saranno legate a chi alzerà festante il Larry O’Brien Trophy.

Consequenzialmente, cadrà l’oblio sulla maggior parte delle gesta delle franchigie non impegnate nella postseason.

Chiaramente, con Crampi Sportivi andremo a buttare un occhio non sui protagonisti alla ribalta, ma degli emarginati dalla corsa all’oro, degli esclusi dalle ambizioni di vittoria finale.


CHARLOTTE HORNETS

di Marco A. Munno

Le storie degli underdogs seguono tutte lo stesso entusiasmante copione, e quella degli Hornets non sembrava fare eccezione: una partenza difficoltosa, un Kemba Walker all’ultimo anno di contratto a sfornare prestazioni di livello inutilmente e quindi sempre più lontano dal rinnovo, una fiammella di speranza che si accende, una rincorsa che li vede sempre più attaccati al treno, vittoria in un cruciale scontro diretto, una sola partita di distanza dalla miracolosa qualificazione.
Però, poi, basta così.
Son rimasti fuori, esclusi per una partita dalla postseason.
Una serie di vittorie da urlo, a partire dalla doppia contro la schiacciasassi Raptors, a non portare mestamente a nulla.

First time in history: Lamb beating Raptors

MIAMI HEAT

di Roberto Gennari

Lo ammetto: sono un tifoso dei Miami Heat sin dai tempi remoti in cui chiamarono come guardia titolare il Ragno Sasha Danilovic. Dal 2006 al 2014, Miami ha giocato 5 finali NBA vincendone tre, a conti fatti non è andata male. Questo per dire che alla fine una stagione fuori dalla postseason può pure starci, dopo anni così. Certo, il prossimo sarà un anno diverso dai precedenti, senza Wade (come giocatore) e Bosh (purtroppo come contratto ingombrante) c’è un sistema che va proprio riavviato. Ma oh, alla fine è come si dice delle grandi storie d’amore: è stato comunque bello averle vissute. E se non vi siete commossi nel vedere i video celebrativi di Dwyane Wade, io con voi non ci voglio neanche parlare. Vi lascio qui quello della Budweiser e torno di là a finire di tagliare le cipolle.


WASHINGTON WIZARDS

di Gianluca Viscogliosi

Immaginate di avere una stella Nba in roster. Fatto? Bene.
Pensate adesso di portare il suo contratto fino a 160 milioni di dollari per quattro anni. Fatto? Benissimo.
Godetevi ora il vostro go-to-guy, che vi farà impazzire nei play off.
Momento, momento, momento, momento. Tornate indietro.
Immaginate ora che tale stella si infortuni e che non solo vi lasci a piedi per la stagione in corso, ma anche probabilmente per tutta la prossima.
A poco serve la leadership ritrovata di Beal e la piacevole scoperta Thomas Bryant. Senza Wall niente cambio di passo, niente post season e poche, pochissime possibilità di attrarre free agent.
A meno che Durant non senta una grandissima e fortissima voglia di casa.
Immagina, puoi.

In assenza di stimoli sportivi, Bradley Beal si ‘diverte’ così con il caloroso pubblico di casa

ATLANTA HAWKS

di R.G.

Giuro, io con il management degli Hawks ci vorrei andare una sera a cena per farmi spiegare delle cose. Prendono Sheed Wallace e dopo una partita lo mandano ai Pistons. Chiamano Pau Gasol  e lo scambiano con Abdur-Rahim. Mettono insieme un quintetto con Bibby, Joe Johnson, Josh Smith, Marvin Williams, Al Horford a cui aggiungono Jamal Crawford e vincono una serie di playoff dopo 10 anni di mediocrità. Smantellano tutto. Dopo qualche anno prendono Mike Budenholzer in panchina, e con un quintetto con Teague, Korver, DeMarre Carroll, Millsap e Horford sono primi a Est. Smantellano di nuovo. Adesso hanno due giovanissimi promettenti in John Collins e (soprattutto) Trae Young, e io sono qui terrorizzato che mi chiedo cos’altro potranno combinare.


CLEVELAND CAVALIERS

di G.V.

‘Mistake gonna mistake’.
Specialmente se il trono è dismesso e il Re ha deciso di andare a sud lasciando il nord totalmente alla deriva (no, non si vede PER NULLA che stiamo aspettando il finale di GOT… assolutamente no!).
Eravamo consapevoli dell’anno sostanzialmente di transizione e/o ricostruzione dei Cavs e così è stato. Buoni segnali da Collin Sexton e nulla più, se non la lacrime-storia-strappa dell’addio di Channing Fyre.
Poco o null’altro da segnalare nei pressi di Lake Erie, se non che il prossimo anno ci godremo le gesta di Odell Beckham JR!
Ah, non è il basket ma il football quello?. My mistake, sorry.
AAA Ceracasi interesse.


CHICAGO BULLS

di M.A.M.

Dopo l’era Thibodeau, la premiata ditta Paxson-Forman alla ricerca della prossima stella cometa da seguire sul percorso della ricostruzione, scelsero quella dell’autodistruzione. Assunto Hoiberg, allenatore bravo nella gestione dei giovani che predilige squadre con gran tiro da fuori, gli hanno dato veterani con pochi punti nelle mani fuori dall’arco; appena sono stati inserite giovani promesse nel roster, è stato defenestrato per Boylen, noto a Chicago per l’asciugamano ricevuto in faccia da Rondo. C’è tanto da fare in quel di Chicagoo…

Felicio con la rappresentazione visiva della distruzione autoinflitta

NEW YORK KNICKS

Di M.A.M.


Da anni ai Knicks si vive una situazione paradossale: al fascino della Grande Mela si contrappone una franchigia che semplicemente fa acqua da tutte le parti. Ogni stagione all’inizio sembra quella buona per la ricostruzione e al termine diventa un’altra occasione sprecata; nel mezzo, giocatori che si rivelano promesse mancate e investimenti sbagliati (perchè quelli buoni, nel frattempo, cercano la fuga a gambe levate). Per chi ha bisogno di una sintesi della situazione dei Knicks, citofonare Mario Hezonja.

Dopo la stoppata, occhiataccia di Mario a LeBron, tanto per ricordare al mondo chi sia il migliore fra i due

SACRAMENTO KINGS

di G.V.

“Eppur si muove”.
No, in realtà Galileo c’entra poco, anzi pochissimo. Sarebbe stato stupito però anche lui nel vedere come al Golden One Center quest’anno ci sia stato un bel po’ di movimento.
Prima delle escluse dai playoff – certo, a 9 vittorie dai Clips! – e con un roster giovane e talentuoso: De’Aaron Fox e Bogdan Bogdanovic saranno i volti della franchigia, a meno di scelte di trade folli e scellerate come in passato (ogni riferimento a Isaiah Thomas è puramente casuale). Cauley-Stein corre e schiaccia, schiaccia e corre, e poi la pericolosità dall’arco, l’efficienza da 3 di Buddy Hield (42.7% in stagione). L’ex Sooners l’ha presa alla lettera: “eppur si muove”, solo la retina.
Futuro prenotato per i Kings.

Quando Buddy decise di tirare giù Mo-Town

LOS ANGELES LAKERS

Di M.A.M.

Come si può tornare ai palcoscenici che contano? La risposta sembra ovvia: ingaggiando il migliore del mondo, LeBron James.
Il problema è che quello che gli è stato messo intorno dalla coppia Pelinka-Magic, al comando delle operazioni manageriali, è stato qualcosa che gli si abbinasse come la Nutella con le olive: invece della rinascita, per i gialloviola si è verificato un disastro. E, fra Stephenson, Rondo, McGee, Beasley, una bella rassegna di meme e situazioni imbarazzanti da conservare.

Lance Stephenson non perde occasione per esultanze pittoresche

MINNESOTA TIMBERWOLVES

Di R.G.

È più forte di me, ogni volta che leggo il nome di questa squadra penso a Dylan McKay che si rivolge al nuovo arrivato in città Brandon Walsh dicendogli “Hey, Minnesota!”  Questo per me fa sì che a un certo livello inconscio la parola “Minnesota” sia un po’ sinonimo di “sfigato”. Sono una brutta persona, lo so. Ma se i T’Wolves hanno vinto UNA partita di playoff negli ultimi 15 anni, certo, qualcosa deve essere andato storto.  Vogliamo parlare del fatto che hanno avuto due rookie dell’anno consecutivi? O di come è stato gestito il “caso-Butler”? Ok, stendiamo un velo pietoso anche su questa stagione, con la sola, bellissima eccezione delle folate di Derrick Rose, quelle sì da consegnare alla Storia di questo sport.


MEMPHIS GRIZZLIES

Di M.A.M.

Per i Grizzlies aspettative di ricostruzione di Grit and Grind intorno al duo storico Conley-Gasol affievolite nel corso della stagione e definitivamente tramontate con l’addio al totem spagnolo Marc; con buone prestazioni da parte di Wright e Valanciunas non sufficienti a chiudere con un voto positivo l’annata, lo specchio della stagione è stato il fatto che il giocatore più influente sia risultato essere, uscito dalla naftalina in cui era nelle ultime 3 stagioni, ciò che resta di Joakim Noah.

Esempio di contributo a tutto tondo di Noah

NEW ORLEANS PELICANS

Di G.V.

Chi di trade deadline ferisce, di trade dead line perisce.
Se la situazione Lebron ha influito pesantemente sul resto della stagione dei Lakers, ciò che abbiamo vissuto ha probabilmente deteriorato i già sibillini rapporti tra Pelicans e Davis.
Il ciglione, dopo anni di apprezzamenti, pacche sulle spalle e strette di mano, ha giusta ambizione di competere ad alti livelli.
Sebbene l’ammonizione di coach Gentry – “Anthony sta ricevendo cattivi consigli” – sembra che Davis sia stato avvistato su un divano verde smeraldo, shamrock sul cappello e una maglietta con messaggio chiaro. “That’s all folks”.


DALLAS MAVERICKS

Di G.V.

Fuori dai play off, ma non è importante. Fuori dal giro delle grandissime città Made in Usa, ma non è importante. Fuori anche, probabilmente, dalla lotta ai grandissimi free-agent, ma neanche questo è importante. Perché il futuro a Dallas è già il presente. Doncic e Porzingis, Luka e Kristaps. Intorno fate voi, perché sei due girano poi basterà indovinare 2/3 scelte in fase di costruzione del roster. L’assicurazione sulla vita però Cuban l’ha fatta confermando sempre la fiducia a uno dei coach più sottovalutati forse del lotto, il buon Rick Carlisle. Noi aspettiamo fiduciosi che i Mavericks possano avviare una di quelle dynasty che tanto piacciono in Texas. Una bella dynasty con una forte matrice europea. Padre Dirk, dacci la tua teutonica benedizione.

Master class di step back. E’ l’allievo che supera il maestro???

PHOENIX SUNS

Di R.G.

Deve essere dura, fare tanking per quattro anni consecutivi, chiedete ai Sixers che si sono dovuti inventare il ritornello del “trust the process” che magari pagherà e magari no, ma intanto sono messi parecchio meglio dei Suns, oggi come oggi.  Deve essere dura soprattutto quando usi la quarta chiamata per scegliere Dragan Bender, l’anno dopo hai di nuovo la quarta e prendi Josh Jackson, quello dopo ancora chiami DeAndre Ayton che sicuramente arriverà terzo nella corsa al ROY, e tutto sommato credevi di aver fatto tredici quando nel 2015 avevi preso Booker alla tredici. Ricapitolando, manca forse un coach, manca indubbiamente un play, c’è un grandioso realizzatore, due buonissime ali e un pivot che in prospettiva sarà uno dei migliori della NBA futura.  Io solo una cosa voglio sapé: quanto manca alla fine de ‘sto benedetto process?


Dopo questa carrellata, dovrebbero essere diventati ben più chiari i motivi per i quali il percorso di queste squadre si è interrotto.
Potremmo però, dimostrando enorme magnanimità, augurarci un torneo di consolazione fra le eliminate, magari per dare loro un’altra chance di riscatto… oppure essere onesti e dire che cerchiamo solo un’altra occasione per vedere Dirk e Dwyane, che ci hanno appena spezzato il cuore con il loro ritiro, ancora una volta sfidarsi sul parquet.

A cura di Marco A. Munno, Gianluca Viscogliosi e Roberto Gennari

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