Il ritiro di Valentino: la prognosi sull’addio del Dottore

Il ritiro di Valentino Rossi è un evento storico, che tocca tante generazioni. Sul Divano di Crampi ne abbiamo messe tre a confronto, per cercare di metabolizzare meglio qualcosa che probabilmente chi ama i motori non digerirà mai davvero.

Non sto piangendo, mi è entrato un 46 nell’occhio… (Armando Fico)

Era il 2003, avevo 13 anni. In tv c’era la MotoGp (che in famiglia era ancora nostalgicamente “la 500“) e si correva a Phillip Island in Australia. Valentino, in lotta per il podio, passa Melandri con bandiera gialla: i 10 secondi di penalità arrivano quando è primo, con tre secondi di vantaggio su Capirossi secondo. “Vabbè, accendo la play e monto PES. Tanto è finita qui”. Il primo ricordo che associo a Valentino è una Master League mai iniziata: lo stupore di vederlo vincere con 15″ di vantaggio sul secondo mi tenne incollato alla tv. Oltre i regolamenti, oltre il luogo comune che la moto fa il pilota, oltre la comprensione degli avversari… Ne rimasi stordito. Seppur molto tardi, da quel momento non gli staccai più gli occhi da dosso, perché, oltre il gusto di vederlo vincere, trovavo in lui la capacità principale che per me deve avere uno sportivo: stupire introducendo lo spettatore in una nuova dimensione dello sport, ispirandolo nel suo quotidiano.

Lo ha rifatto nel sorpasso a Laguna Seca che incenerì Stoner (lì fu persino oltre la pista, letteralmente); lo ha fatto ancora nel sorpasso duro che affondò Gibernau a Jerez nel 2005; lo ha fatto nel 2001 quando affrontò a muso duro Biagi nel paddock (Biagi mito genitoriale ed in niente deflagra pure il conflitto intergenerazionale); ma anche col quel sorpasso immaginifico al povero Jorge Lorenzo nel 2009, lì dove non si poteva passare. Lo ha rifatto quando con una moto screditata ereditata qualche mese prima, andò a vincere in faccia alla sua (ex) Honda, e come primo gesto accarezzò la sua Yamaha per poi sedersi romanticamente accanto a lei a bordo pista per godersi l’impresa.

Molti ora guarderanno al suo ritiro pensando che avrebbe dovuto prendere questa decisione anni fa, perdendosi nella retorica sterile e futile degli ultimi deludenti risultati. Eppure, lo so, anche questi, gara per gara lo hanno cercato comunque, in pista o in classifica, per incrociare una volta in più quel 46 giallo che è diventato Storia.

Wake me up when november ends (Gianluca Losito)

Il giorno in cui sono nato era un martedì. Due giorni prima Valentino Rossi, in sella ad una Honda leggiadra, aveva vinto la prima gara dell’ultimo mondiale di 500 della storia, la terza nella categoria regina nella sua carriera. Quella vittoria sarebbe stata la prima di un lungo dominio che avrebbe portato l’allora grande promessa delle due ruote italiane al primo dei sei titoli nella classe regina, dall’anno dopo cambiata in denominazione e cilindrate in MotoGP.

Undici anni e qualcosa dopo, quando è nato mio fratello minore, era un venerdì. Due giorni dopo Valentino Rossi, in sella ad una Ducati terribilmente pesante, si classificò 13° ad Assen, l’Università, una delle sue piste preferite, doppiato dal vincitore Stoner. Penso che questo dettaglio da solo basti a spiegare la differenza di reazione tra me e mio fratello: mentre vedevo la conferenza d’addio sul balcone, con lui sereno e intorno a lui tante persone distrutte, ero senza parole, ripassavo tutto il film di questi vent’anni vissuti fianco a fianco alla sua moto.

Poi torno dentro, gli dico che Valentino si ritira, e lui con uno sguardo indifferente mi risponde “Ah vabbè“. Questa reazione composta e precisa, a tratti mi ha bruciato più della notizia in sé per sé. Da un lato la capisco e la razionalizzo: lui ha visto il Rossi in declino, quello della seconda parte del secondo capitolo in Yamaha, post 2015 per intenderci. Alla sua età attuale, più o meno, io ho vissuto Il Montmelò (basta dire Il Montmelò, non c’è bisogno di dire altro) e il susseguente nono, glorioso titolo, a lui invece è rimasto poco (quantomeno su questo piano: l’estate 2021 lo sta sportivamente forgiando, e vedere questa da cosa da vicino è emozionante).

Di Valentino mi porterò sempre dentro i muri gialli alle gare, la laurea honoris causa, l’amicizia un po’ caciarona con Materazzi, ma anche altri ricordi un po’ più malinconici: il maledetto Sepang, di cui purtroppo è stato involontario ed incolpevole protagonista, gli anni duri in Ducati, la rinascita, simbolizzata più di tutto da una bellissima vittoria in solitaria ad Assen 2013. Il guizzo del fuoriclasse arrivato a 36 anni, nel 2015, con una stagione ai limiti del perfetto, è qualcosa di cui si parla troppo poco per ciò che accadde nel finale di quella stagione, ma andrebbe ricordata di più e meglio. Fare una lista di momenti migliori è al tempo stesso facile, per l’abbondanza offerta, e difficile, per la retorica.

Quello che so per certo è che sin dai primi anni della mia infanzia Valentino Rossi era il rito che accompagnava il pranzo della domenica della mia famiglia e di milioni e milioni di italiani. Il 46 di Tavullia è stato questo: un rito comune, un campione che ha creato memorie uniche ed originali. Quando si è ritirato Totti, da romanista ho reagito in maniera abbastanza contratta; di De Rossi ho apprezzato lo stoicismo nel farsi da parte. In quei momenti ero sicuro che sarei crollato quando sarebbe arrivato il giorno di Valentino: ci sentiamo a novembre.

Di padre in figlio (Roberto Gennari)

Valentino Rossi è del 1979. Io sono del 1979. Quanto basta per fare sì che per un tot di anni l’ho seguito con più costanza di quanto non riesca a fare oggi. L’ho amato alla follia grosso modo fino al 2006, quando perse un mondiale che aveva tutto per portarsi a casa. L’ho amato un po’ meno negli anni successivi, non gradivo il continuo punzecchiare a distanza gli altri piloti, sono sempre stato il tipo greatness recognizes greatness. Ho detestato con molta più intensità il videomessaggio inviato alla redazione del TG5 dopo la faccenda dell’evasione fiscale poi transata. Eppure la grandezza dello sportivo è di quelle che ti fanno dimenticare tutto il resto, ti fanno ripensare all’ultimo giro di Jerez contro Gibernau, al sorpasso al cavatappi a Stoner, agli ultimi giri del GP di Catalogna del 2009, con quel sorpasso incredibile a Jorge Lorenzo all’ultima curva, forse il momento più alto nella storia recente del motomondiale.


Valentino Rossi che si ritira mi obbliga a ripensare al rapporto con mio padre, che lo chiamava, per questioni anagrafiche e per una passione motociclistica di vecchia data “il figliolo di Graziano”, al fatto che lui, mio padre, guardava distrattamente le partite di calcio ma non si perdeva un giro di motomondiale. Gli eroi della mia infanzia hanno nomi esotici tipo Barry Sheene, Randy Mamola, Kevin Schwantz.

Rossi è stato, per me e per lui, il passaggio del testimone, la trasmissione definitiva di una passione, quella cosa che ti scava dentro e ti fa perdere ore di sonno per guardare gare in Malesia, Australia, Giappone, quella cosa che ti fa progettare di prendere i biglietti per il Mugello, il prossimo anno, chissà che casco avrà Valentino, chissà se sarà competitivo, chissà perché io e te al Mugello insieme non ci siamo mai andati, alla fine, e adesso che sono padre ma non più figlio riesco solo a pensare che spero che mio figlio possa riuscire ad appassionarsi ad uno sport come è successo a mio padre con Barry Sheene e a me con Valentino Rossi.

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