“Come un film” – Lewandowski si racconta a The Players Tribune

Abbiamo tradotto in italiano la bellissima intervista rilasciata da Robert Lewandowski a The Players Tribune

Lewandowski segna in campo e anche fuori. Il centravanti del Bayern ha affidato a The Players Tribune i suoi pensieri e i suoi racconti riguardanti la sua carriera calcistica, gli inizi in Polonia e il rapporto con il padre prematuramente scomparso. Una storia di riscatto, avvincente e commovente, che ha spinto la redazione di Crampi a una traduzione completa che trovate qui in basso. Buona lettura.


Qualche giorno fa mi sono svegliato e, girandomi nel letto, ho visto qualcosa lì vicino a me sul cuscino.

Avete presente quando ti svegli dopo una bella dormita e tutto sembra essere ancora un sogno? Beh, la mia reazione immediata è stata: Cosa? Come ci è arrivata qui questa?

Avevo qualche vago ricordo di me a una cerimonia in cui ricevevo un premio. Ma mi sembrava troppo strano per essere vero.

Poi ho afferrato quell’oggetto e ho pensato, wow… non era un sogno. Era VERO. 

“Ti hanno nominato miglior calciatore del mondo. E tu hai portato il trofeo a letto! Ahahahahah :D”

Ho dovuto fissare a lungo quel trofeo per rendermi conto del risultato che avevo raggiunto. In realtà, non è del tutto vero: ad essere sincero, non l’ho ancora realizzato del tutto.

Lasciate che vi spieghi qualcosa sui polacchi e forse capirete. Ancor prima della cerimonia ero consapevole che avevo fatto davvero una grande stagione con il Bayern Monaco. Sapevo che avrei potuto vincere quel trofeo. Forse me lo meritavo addirittura. Ma in Polonia abbiamo questa specie di complesso di inferiorità. Non abbiamo mai avuto un calciatore che sia stato nominato migliore al mondo. Quando sei un bambino in Polonia non hai delle star come riferimento da seguire. Gli osservatori dicono cose come «È abbastanza dotato… per essere un bambino polacco». Quindi abbiamo questa sensazione di non essere bravi abbastanza, che nessuno di noi arriverà mai al top. 

Non ci si aspetta che un bambino polacco diventi il miglior calciatore del mondo. Non è previsto che accada. Quindi, quando ho ricevuto il trofeo, non potevo crederci. So che le persone pensano che sia un cliché, ma davvero la mia vita in quel momento mi è passata davanti in un attimo. Ho visto i miei primi calci al pallone, le mie prime partite sui campi infangati e tutte le persone che mi hanno aiutato ad arrivare fino a questo punto.

È stato come un film. Un’intera opera rappresentata in tre atti e io adesso voglio solo condividere questo film. Perché so che lì fuori, in questo momento, c’è almeno un bambino in Polonia, o in qualsiasi altro posto dove non è permesso sognare, che apprezzerà questa storia.

E il film più o meno è questo…

ATTO I: LA COMUNIONE

Da piccolo ho fatto la prima Comunione nella chiesa del nostro paese. Per chi non ha dimestichezza con la religione cattolica, il giorno della prima Comunione è un giorno molto speciale. Si inizia con la messa in chiesa e poi dopo continuiamo a festeggiare con i nostri parenti.

C’era però un problema, cioè che avrei dovuto giocare una partita tre ore dopo la messa in un posto molto distante.

Quindi prima della celebrazione mio padre Krzysztof ha scambiato due chiacchiere con il prete. Questo succedeva nella mia cittadina, Leszno, un piccolo villaggio 40 minuti a ovest di Varsavia. Lì mio padre conosceva tutti quanti.

Lui disse: «Guardi padre, perché non iniziamo il tutto con una mezz’ora di anticipo? E magari finiamo dieci minuti prima? Sa, mio figlio ha una partita…».

Forse tutto questo potrebbe sembrare una assurdità, ma in realtà il prete mi conosceva così bene che ci pensò su per un momento poi disse: «Certo, perché no? Sappiamo che lui ama così tanto il calcio. Faremo presto».

La Comunione finì, feci il segno della croce e poi con mio padre salimmo velocemente in macchina e ce ne andammo via!

E sì, ovviamente vincemmo la partita 😉

Penso che questo episodio possa riassumere la mia infanzia. E possa riassumere anche mio padre.

Quando ho iniziato a giocare a calcio avevo cinque anni. A Leszno non c’erano squadre per bambini della mia età così dovevo per forza giocare con bambini che avevano due anni in più di me. Era molto dura, perché ero molto timido e piuttosto magrolino, e a quell’età due anni di differenza si sentono tutti. Per tanti anni poi ho giocato per una squadra a Varsavia e dovevo viaggiare per un’ora all’andata e un’ora al ritorno per allenarmi.

Se non avessi avuto dei genitori disposti a portarmi lì, il mio sogno di diventare un calciatore sarebbe finito ancor prima di iniziare.

I miei erano entrambi insegnanti di educazione fisica e mio padre nello specifico era il ‘mio’ insegnante di educazione fisica. Quindi dopo la scuola guidava per portarmi agli allenamenti, aspettava due ore che finissi e poi mi riportava a casa. Il club non aveva gli spogliatoi, quindi spesso mi allenavo sotto la pioggia e tornavo in macchina coperto di fango. Poi tornavamo a casa alle 10 di sera guidando nel buio.

Quindi mio padre si faceva un viaggio di quattro ore soltanto per farmi allenare.

Qualche parente ogni tanto pensava fosse matto. Dico davvero.

Non scherzo. Ho sentito realmente alcuni parenti chiedere ai miei genitori, “Perché lo fate?”

Loro non rispondevano mai perché avrebbero voluto che diventassi un professionista. Dicevano invece che lo facevano perché Robert aveva un sogno e perché amava questo sport. Non perché, “Oh, dobbiamo fare di tutto per Robert così diventerà un professionista, raggiungerà il top e diventeremo tutti ricchi”.

Mai.

Sapete, tanti genitori mettono pressione sui propri figli per far sì che abbiano successo. Ho visto padri stare lì a bordo campo e strillare a bambini di dieci anni. Non era un giusto metodo per motivare quando ero piccolo e non lo è tutt’ora, perché quei genitori non hanno idea di cosa vuol dire essere un atleta. Loro non riescono a comprendere che il tuo amore per il calco arriva dal cuore.

Anche quando ero giovane, c’erano molte persone che credevano che fossi troppo piccolo e magrolino per farcela. Degli haters, come dicono i giovani d’oggi! I miei genitori invece mi hanno sempre incoraggiato a pensare solo a me stesso, ignorando quello che dicono gli altri.

Loro mi hanno sempre detto una cosa, e mi ci sono voluti anni per capire cosa significasse.

Loro mi dicevano, “Robert… fidati del tuo istinto”.

È una grande lezione per un attaccante. In realtà è una grande lezione per tutti.

Atto II – La bocciatura

Quando avevo 16 anni, mio padre morì dopo una lunga malattia. Ancora oggi mi rimane molto difficile descrivere quanto sia stata dura per me. Quando sei un ragazzo, solo con tuo padre puoi parlare di certe cose, come crescere e diventare un uomo.

Dopo la sua morte, avrei voluto spesso parlare con lui di tutte queste cose. Un sacco di volte lo avrei semplicemente voluto chiamare al telefono, anche solo per dieci minuti. Ma non potevo.

Mia madre ha provato ad aiutarmi in ogni modo possibile e le sono molto grato per quello che ha fatto per me: ha dovuto farmi sia da madre che da padre.

A quel tempo, giocavo in terza divisione nel Legia Varsavia II, la seconda squadra di uno dei club più importanti in Polonia. Circa un anno dopo, nel 2006, il mio contratto era in scadenza e la società doveva decidere se allungarmelo per un altro anno.

Purtroppo, mi ero appena infortunato seriamente al ginocchio e alcune persone in società pensavano che non sarei mai tornato ai miei livelli migliori. È stato un periodo tremendo e chiesi al club che intenzioni avesse con me. Non si disturbarono nemmeno a mandare l’allenatore o il direttore sportivo per comunicarmi la decisione. Mandarono il segretario, che mi disse che mi avrebbero lasciato andare.

È stato uno dei giorni peggiori della mia vita: mio padre non c’era più e ora la mia carriera stava andando a rotoli. Dopo aver ricevuto la notizia, sono tornato alla macchina, dove mi stava aspettando mia madre. Aveva capito immediatamente che c’era qualcosa che non andava e io non ho resistito… Sono scoppiato a piangere e le ho detto cos’era successo.

Lei aveva una grande forza. Disse: “Va bene, dobbiamo agire. Pensare al passato non serve a nulla, dobbiamo fare qualcosa.”

Quindi, si mise in contatto con il Znicz Pruszków: stessa categoria, ma club molto più piccolo. Avevano provato a prendermi qualche mese prima e mi ero detto: “Non se ne parla, perché dovrei lasciare il Legia per andare allo Znicz Pruszków?”

In quel momento, però, ero felice che mi volessero ancora. Andai là e iniziai il mio recupero, ma ero talmente malconcio che non riuscivo nemmeno a correre nel modo giusto: una gamba si trascinava dietro l’altra come se avessi un blocco di cemento intorno alla caviglia. Le comiche, no?

Immaginatevi se avessi dato ascolto agli haters: forse quell’infortunio mi avrebbe fermato. Pensateci: i talenti migliori stavano già giocando per squadre come Bayern, Barça e Manchester United.

Io, invece, ero nella terza divisione polacca che provavo a ricordarmi come si corre.

Sicuramente ho imparato molto dalle incertezze e dalle difficoltà. Ho dovuto lavorare tanto sulla fiducia in me stesso e ho avuto bisogno di molto tempo per tornare in forma. Ma quando ci sono riuscito, ho iniziato a segnare in ogni partita.

Quattro anni dopo, ero bombardato di offerte per lasciare il calcio polacco.

Ci sono state voci incontrollate e tante persone mi dicevano cosa avrei dovuto fare. Sarei potuto andare in tanti posti diversi, ma mi ricordai di cosa mi dissero i miei genitori: “Fidati del tuo istinto.”

Sotto sotto, ho sempre saputo dove volevo andare.

La Germania mi stava chiamando.

ATTO III: La scommessa

Una volta ho fatto una scommessa con Jurgen Klopp.

Era il 2010, ed ero da poco arrivato al Borussia Dortmund. Onestamente, era molto dura. Quando sono arrivato conoscevo pochissime parole di tedesco. Sapevo dire Danke (grazie), sapevo dire Scheisse (merda). Il tempo era grigio e piovoso. E con Klopp l’intensità raggiunta in allenamento era veramente, veramente alta.

Volevo disperatamente lasciare il segno, e Jurgen volle sfidarmi.

Quindi i primi mesi facemmo una piccola scommessa.

Se avessi segnato dieci gol in allenamento, mi avrebbe dato cinquanta euro.

Se non l’avessi fatto, glieli avrei dati io.

Nelle prime settimane dovetti pagare quasi sempre io. Se la rideva. Ma dopo pochi mesi, la situazione cambiò: stavo facendo soldi a palate con quella scommessa.

E quindi un giorno mi ha detto: “Ok, basta così, sei pronto adesso.”

Ma in realtà non lo ero: le partite sono completamente differenti dagli allenamenti.

In quella stagione subentravo spesso dalla panchina. Giocai di più nella seconda parte della stagione, ma da numero dieci, dietro la punta. La mia posizione preferita era da nove classico. Ciò nonostante, devo ringraziare Jurgen per questi sei mesi. Imparai moltissimo su come muovermi con più profondità e su come i giocatori debbano muoversi dietro la prima punta.

Quando la seconda stagione cominciò, stavo ancora facendo fatica. Sentivo che Jurgen voleva qualcosa da me, ma non coglievo esattamente cosa. Quindi dopo una brutta sconfitta a Marsiglia in Champions League (credo che avessimo perso 3-0) ci incontrammo. Gli dissi: “Jurgen, andiamo. Dobbiamo parlare. Dimmi soltanto cosa t’aspetti da me”.

Non ricordo come mi rispose esattamente, il mio tedesco non era ancora proprio il massimo, ma sia grazie alle parole intuite che al suo linguaggio del corpo ci capimmo reciprocamente. Quella fu una gran bella conservazione.

Tre giorni dopo firmai una tripletta condita da un assist contro l’Augsburg. Vincemmo 4-0 e quello fu il momento in cui le cose cambiarono per me. Era un blocco mentale, come un complesso. E credo avesse a che fare con mio padre.

Non ci pensai molto, allora, però ora mi rendo conto che questa mia conversazione con Jurgen era come una di quelle che avrei voluto fare con mio padre. Una di quelle che non avevo avuto modo di fare in tanti, tanti anni. Potevo parlare con Jurgen di tutto. Potevo fidarmi di lui: era un uomo di famiglia, e aveva così tanta empatia per quello che succedeva nella mia vita privata.

Jurgen non è stata solo una figura paterna per me. Come allenatore, è stato anche un maestro “severo”. E lo intendo nel miglior senso possibile.

Lasciatemi spiegare: pensate a quando eravate a scuola. Quale insegnante vi ricordate meglio? Non quello che vi rendeva la vita facile e che non si aspettava assolutamente nulla da voi. No, no e poi no. Vi ricordate l’insegnante severo, quello che è stato diretto con voi. Quello che vi ha messo sotto pressione e che dava tutto affinché rendeste al meglio. Questo maestro vi ha reso persone migliori, giusto? Era questo genere di maestro che Jurgen rappresentava per me.

Non era contento che fossimo buoni alunni, sapete? Voleva che fossimo i migliori studenti in circolazione.

E non lo voleva per lui, lo voleva per noi.

Mi ha insegnato moltissimo. Quando arrivai a Dortmund, volevo fare tutto in maniera veloce: un passaggio risolutivo, giocare a un solo tocco. Jurgen mi mostrò come fare le cose con calma, anche colpire la palla con due tocchi, se necessario.

Era totalmente contro la mia natura ma presto iniziai a segnare di più.

E quando deceleravo, mi sfidava a riaccelerare: un tocco. Bang. Goal. Mi ha rallentato per riaccelerarmi. Sembra una cosa semplice, ma è stata davvero geniale.

Jurgen voleva i migliori studenti in circolazione, e non lo voleva per lui: lo voleva per noi e per te stesso.

Jurgen non ha mai dimenticato che in primis eravamo uomini e poi calciatori. Mi ricordo che una volta eravamo negli spogliatoi dopo un fine settimana libero. E come forse saprete, un trucco usato dai giocatori per mascherare una serata di bevute è mangiare molto aglio la mattina dopo, in modo tale che il tuo alito non puzzi d’alcool.  Jurgen entrò prima dell’allenamento e iniziò ad annusare in giro.

Sembrava un cane da caccia che tirava su col naso.

Alla fine, esclamò: “Questo odore è aglio?”

Ovviamente lo sapeva già. E noi lo sapevamo che lui lo sapeva.  Ma lasciò la questione a mezz’aria e andò via senza aggiungere altro.

Restammo un attimo in silenzio e poi scoppiamo a ridere. Ahaha!

La lezione è: mai cercare di far fesso Jurgen Klopp, è un uomo troppo intelligente!

Ovviamente non è stato solo Jurgen ad aiutarmi a migliorare. Quando andai al Bayern, ho imparato moltissimo da allenatori come Jupp Heynckes, Pep Guardiola, Carlo Ancelotti e ora Hansi Flick. Anche solo giocare per il Bayern è davvero un’esperienza pedagogica perché sono così esigenti e il club è così professionale che sei costretto ad alzare i tuoi standard, e obbligato a farlo. E ancora, non avrei avuto un rendimento così alto senza l’aiuto dei miei cari. E quello più importante è arrivato da mia moglie, Anna.

Ci siamo incontrati all’università quando ancora giocavo per il Znicz Pruszków. Lei studiava nutrizione ed educazione fisica. Intorno ai 26 anni, abbiamo iniziato a vedere come usare le sue conoscenze per migliorare la mia dieta e il mio approccio mentale alle partite. Abbiamo parlato di tutti i miei problemi. Ho realizzato una cosa che vorrei dire a tutti i giovani calciatori: non appena troverete modo di aprirvi ai vostri problemi invece di seppellirveli dentro, diventeranno subito più facili da risolvere.

Questo è stato un grande passaggio nella mia crescita come calciatore e come essere umano.

Quando guardo indietro a tutto ciò che mi è accaduto nella vita – quando questo film parte nella mia testa – capisco quanto sia stato fortunato. Non vincerete mai titoli da soli. Ogni trofeo che ho tenuto stretto tra le mie mani – e con cui mi sono addormentato – è stato vinto insieme ai miei compagni che mi hanno aiutato a migliorare. E voglio anche includere i miei amici d’infanzia, i miei allenatori, mia sorella, il prete che mi ha fatto prendere prima la Comunione e mia madre, che c’era per me quando ho toccato il punto più basso.

E, ovviamente, mio padre.  Non ha vissuto abbastanza per vedermi diventare un giocatore professionista, anche se sono sicuro stia guardando tutte le partite dall’Alto, con il migliore posto a sedere in assoluto. È stato lui che mi ha messo la palla tra i piedi, e colui il quale non mi fa dimenticare il motivo per cui gioco a pallone.

Non per i trofei, non per i soldi, non per la gloria.

Giochiamo solo perché amiamo farlo.

Grazie, papà,

La scena finale del film che sta passando nella mia testa…è con lui.

È un ricordo di prima che raggiungessi qualsiasi traguardo.

Di Prima che vincessi qualche titolo o qualcosa del genere.

Un ricordo che forse non vi dirà niente.

O forse sì.

È mattina presto e mio padre mi sta portando a una partita da qualche parte in qualche punto della Polonia, e siamo lì a parlare di calcio, della scuola o di niente in particolare.

Siamo seduti in macchina insieme, guardo gli alberi passare dal finestrino, eccitato per la prossima partita. Cosa farò di preciso, come segnerò, come sarà tutto questo.

Calcio.

Calcio, tutto qui. Questo è il mio ricordo, il mio miglior ricordo.

Traduzione a cura di Amorosi Luca, Bucci Sebastiano, Losito Gianluca, Viscogliosi Gianluca

Cover Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images

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