Percepire Rafa Nadal

Sono passate cinque ore e ventiquattro minuti quando Rafael Nadal si inginocchia sul cemento umido di Melbourne. Nessuno, in quello stadio o in giro per il mondo, si sarebbe aspettato un epilogo simile. Nessuno tranne lui, sia chiaro. Una finale lunghissima e dolorosa in cui le fasi del match sono state almeno tre, ognuna esponenzialmente più tragica di quella precedente, a metà fra Million Dollar Baby e il Re Lear di Shakespeare.

Le prime due ore sono state quelle che il pronostico aveva in un certo senso già disegnato. Un Medvedev a testa bassa, attento a non avvicinarsi troppo alla linea di fondo, ha colpito come un forsennato approfittando di una diagonale di rovescio mai evitata da Nadal. Due set lottati e vinti con fatica, tanta, per guardare per primo il rettilineo finale. E ci è arrivato, Daniil, sul quel rettilineo. Forse sperando che il tie-break del secondo set potesse aver spezzato le gambe – e la fiducia – del maiorchino. Mai speranza fu più vana.

Dal terzo parziale è iniziata un’altra partita. Uno scenario nuovo, nel quale Nadal ha iniziato a girare il cubo di Rubik del numero due al mondo con una variazione esasperata (ed esasperante, per Medvedev) del gioco. Mai la stessa palla per due volte di fila: top, slice, in back, centrale, a uscire, palla corta, accelerazione. Letteralmente qualcosa che non avevamo mai visto fare a Rafa. Un problem solver lo è sempre stato, sì, ma che ha preferito la scure al fioretto per gran parte della sua carriera. La grandezza però la si misura anche sulla capacità di cambiare stile, di cambiare tattica, di cambiare approccio. E poche altre volte l’esperienza della grandezza, la percezione di aver vissuto qualcosa di unico è stata più totalizzante, più coinvolgente.

Gli highlights della finale

La parola chiave è stata pazienza. Ed è pazzesco da scrivere considerando i dieci anni di differenza tra i due. Il tempo tuttavia è stato un aiuto importante sopratutto per la tenuta mentale del match. Medvedev si è visto messo in imbarazzo per tutta la seconda metà della finale, in una carrellata quantomeno triste di colpi a rete, volée e palle corte inguardabili non solo dal punto di vista estetico (perché quella è una costante in tutto il gioco del russo, anche quello da fondo), ma anche da quello funzionale. La scelta del colpo è stata – da parte del russo – via via più confusa, in una spirale di stanchezza e decisivo nervosismo.

Con i piedi dentro al campo il numero due ha perso le coordinate e ha iniziato a spadellare come se non ci fosse un domani, chiamato a rete con costanza da un divertitissimo Nadal, ormai rinvigorito dal proverbiale “odore del sangue”. Il resto lo hanno fatto la scarsa resistenza alla pressione di Medvedev e – fa strano dirlo – una mai così viva vena creativa da parte dello spagnolo nei punti decisivi, fra tagli di palla violentissimi e coraggiose discese a rete, un po’ Platini, un po’ Michaël Llodra.

Se è vero che la dimensione di uno sportivo la si giudica dalla qualità e dalla quantità di momenti che riesce a marchiare nella memoria collettiva, ieri è stato uno di quei momenti in cui ci si è fermati, tutti insieme, a ragionare su ciò che si è visto. Incredibile, inspiegabile, impronosticabile.

Sono ventuno Rafa, ma questo ha un sapore un po’ più speciale, forse perché ci credevi solo tu.

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