Tour de France 2020: le 9 verità


Domenica pomeriggio 20 settembre sui campi Elisi si è chiusa l’edizione numero 107 del Tour de France: una corsa strana, anestetizzata, impazzita e dal finale assolutamente sorprendente. Ripercorriamola in nove punti.


1- Che Tour è stato?


Innanzitutto, bisogna dire che il Tour de France 2020 è stata la prima grande corsa a tappe post lockdown. I francesi, per garantire il regolare svolgimento della Grand Boucle in uno dei paesi maggiormente colpiti dal covid, hanno adottato il modello NBA: la bolla. La procedura era molto semplice: oltre ai controlli pre-partenza, nei due giorni di riposo venivano testati tutti i protagonisti dell’evento. Due contagi, e la squadra sarebbe tornata a casa. Fortunatamente, gli unici attimi di tensione si sono vissuti prima della decima tappa (dopo il primo giorno di riposo), con quattro positività totali (nello staff di Ineos, AG2R, Mitchelton e Cofidis) oltre al direttore di corsa Christian Prudhomme. Immediatamente sigillati ed impacchettati, i cinque a rischio hanno lasciato la manifestazione per garantirne l’arrivo a Parigi.

Marchant!

Passando alla strada, il voto al TdF2020 è un 7. Un voto discreto che tiene conto di tutto: dalle sventagliate, alla noia mortale di tante salite-non-salite. Dal controllo Jumbo, agli attacchi della Sunweb. Da Mikel Landa a Richie Porte, passando per Primoz Roglic fino a Tadej Pogacar.
La valutazione nasce da due ordini di giudizio: il percorso ed i protagonisti.
La route del 2020 era stata pensata per spezzare il dominio del Team Ineos (ex Sky). La squadra di Dave Brailsford aveva monopolizzato la corsa fin dal lontano 2012, vincendola con 4 ciclisti diversi: Wiggins, Froome, Thomas e Bernal. Solamente uno straordinario Vincenzo Nibali (2014) era riuscito a spezzare il dominio britannico, sfruttando la sua universalità ciclistica.

Un deja-vu

Nonostante la grande volontà di cambiare, togliendo le cronometro piatte ed inserendo tante salite, al Tour si è ricreata la stessa situazione degli anni precedenti. Al posto della Ineos (arrivata fuori forma e con diversi sconquassi), sulla scena è planata la Jumbo-Visma: una squadra creata seguendo la stessa regola scientifica degli inglesi. Un capitano definito, tantissimi gregari da montagna e qualche mosca bianca per la pianura. Sulla carta praticamente inscalfibile, com’erano stati gli Sky poi Ineos.
Però, come a scuola, copiare non è mai sinonimo di sicurezza.

L’inizio con le Vespe

Per circa 19 giorni, la corsa è rimasta in mano alle “vespe” (come le chiama Luca Gregorio) di capitan-Roglic. Un percorso che sembrava durissimo e sfiancante, si è trasformato in una sfilata giallo-nera. La conformazione di tante salite non permetteva lunghi distacchi, tanto che per l’80% delle montagne ha sempre tirato Wout Van Aert (di cui parleremo dopo). L’unica tappa “come quelle di una volta” è stata la numero 17: una doppia scalata a Madeleine e Loze, con arrivo sopra 2000 metri. Tappa vinta da un pittore colombiano: Miguel Angel Lopez.
Roglic è sembrato quasi sempre inscalfibile, con la sua maschera antifatica, fino al 18 settembre. Nell’ultimo giorno di gara, quando tutti avevano preso il sabato per stare con le famiglie, è successo l’impensabile.

Finale da instant classic

Durante uno dei finali più incredibili della storia dello sport con le bici, Tadej Pogacar (sloveno come Roglic) ha affondato una portaerei in sella ad un motoscafo. Ci ha messo un solo pomeriggio, ma è stato fragoroso.
Nella cronometro che si arrampicava sulla Planches des Belles Filles, il principino ha asfaltato tutti i Jumbo-Visma ribaltando i 57” di distacco che aveva accumulato, e scrivendo una serie di record mondiali.
Un finale degno di Fignon-LeMond o di Evans-Schleck, che ha rinvigorito un’edizione da sufficienza stiracchiata.

2-Tadej Pogacar ha meritato questo Tour de France?

Si, si, sì.

Il Tour del principino sloveno è stato psichedelico. Dopo un inizio sotto controllo, alla settima tappa Tadej aveva già capito cosa significasse correre insieme ad una squadra non proprio impeccabile. In una giornata di grande vento, Ineos e Jumbo ne avevano approfittato per far saltare il banco. “Pogi”, destabilizzato dalle folate laterali, era rimasto ingarbugliato nelle retrovie del gruppetto, perdendo un minuto e venti sull’arrivo di Lavaur. Poteva rassegnarsi, ma il sacro fuoco del 22enne di Komenda lo ha subito spinto a cercare rivalsa. Tra ottava e nona tappa ha provato subito il ribaltone, con due attacchi che gli sono valsi una vittoria e 40” guadagnati sul Col de Peyresourde.

Tutto da riscrivere

Solamente sei giorni dopo, sul Grand Colombier, la consacrazione. Nel giorno della scoppola di Bernal, Pogi danza leggero sulle rampe alpine e trionfa per la seconda vittoria in meno di una settimana.
Secondo in classifica, a pochi giorni dalla fine, dopo aver perso le ruote di Rogla sulla Loze, sembrava soddisfatto. Inoltre, iniziava a dimostrare poca brillantezza nell’azione.
Arrivati alla crono finale, ecco il coup de theatre del grande illusionista. Spianando la strada davanti a sé, ha distribuito minuti a destra e a sinistra. Ha smontato Roglic, ed ha vinto un Tour (quasi) senza squadra. Riscritto i canoni del ciclismo e ci ha dimostrato, ancora una volta, che per quanto questo sport faccia passi da gigante, istinto ed audacia facciano sempre la differenza (insieme al talento). Sconfitto le montagne, trasformandosi da principe a Re in tre settimane: l’ennesimo record.

3-Primoz Roglic ha meritato di perdere questo Tour?

Si, si, sì.


Nella mia testa c’è una sola immagine di Primoz Roglic, ed è quella che offre al pubblico sul tratto in sterrato prima di scendere a Champagnole, nella fatica numero 19. Ha controllato l’ennesima tappa del Tour 2020, ha dominato la corsa ed ha irriso Mikel Landa. Sul tratto sterrato si è preso anche il lusso di provare un mini-allungo, non si è voltato indietro ed ha scavato un piccolo buco prima di scendere all’arrivo. Il suo viso presenta sempre la stessa faccia. Da Nizza non è ancora cambiata. È un padrone, anzi IL PADRONE. È il villain che tutti vogliamo veder perdere, ma che sappiamo non perderà.

Il plot twist

Quello che succede nella tappa 20, sulla già citata cronoscalata alla Planches, ci restituisce l’immagine di un uomo debole. Intorno a sé, quando è seduto a terra, c’è tutta la consapevolezza di aver perso. Quel sentimento terribile che fino a 24 ore prima non albergava neanche nell’anticamera più oscura del suo cervello. Il Re ha perso. Ha perso un trono che non ha mai avuto. Ha perso perché ha corso male.

Ha corso male durante tutta la durata del Tour, limitandosi ad addormentare gli avversari ed attaccando solo nell’ultimo km di salita. Ha vinto a Merlette, sbadigliando, quando aveva una condizione fisica che gli avrebbe fatto vincere pure la Roubaix. Poi niente. Un lungo controllare, un po’ a ruota di Pogacar ed un po’ a ruota di MAL, vedendo tutti i contender della vigilia sgretolarsi sotto il ritmo del gregario di lusso Tom Dumoulin. Si è sentito fortissimo ed imbattibile, ma ha perso (forse) l’occasione della vita.
Doveva attaccare per una semplice ragione: non puoi sapere quando capiterà la giornata-no. Aveva la condizione migliore, ma ha preferito godersi la caduta dei rivali. Questi errori passano inosservati solo se vinci, ma se perdi diventano macigni inscalfibili. È brutto ridurre tutto ad un cronometro, perché il Tour di Rogla è stato fantastico, ma lo sport è così. Prendere o lasciare

4-Qual è stata la miglior squadra del Tour de France?

Sunweb*, con tre vittorie come la Jumbo-Visma.
*Vedi sopra: fino alla tappa 19, il team Jumbo-Visma era, nettamente, la miglior squadra del Tour de France. D’altronde quando hai Dumoulin, Gesink, Van Aert, Kuss e Bennett come SOLI gregari, sei la miglior squadra dell’universo. Il loro modo di correre, simil-Ineos, non mi aveva scaldato il cuore, però erano venuti per vincere e lo stavano facendo con manifesta superiorità.

Un nuovo team da incoronare: Sunweb

I bianconeri sono una squadra tedesca diretta dal GM Iwan Spekenbrink. Appaiono sulla scena dal 2005, ma è dal 2012 che iniziano ad infoltire il palmares con titoli come Roubaix, Milano-Sanremo e Giro d’Italia.
Al Tour 2020 si sono presentati con un roster di all-around, e l’olandese Cees Bol come ruota veloce.
Fin dalla giornata numero 1, la squadra ha corso in maniera magistrale. In ogni volata sono riusciti a portare Bol nelle condizioni migliori per sprintare, offrendo il loro corpo in sacrificio al vento e alle “limate”. Sono stati, per distacco, l’unico team perfettamente organizzato in ogni volata, ed è un peccato che Bol non sia mai riuscito a mettere la propria ruota davanti a quella degli altri: avrebbero potuto centrare almeno due tappe in più.
Tuttavia, con tre vittorie di tappa sparse tra Kragh Andersen e Marc Hirschi, i tedeschi hanno dimostrato come si può valorizzare il talento con un budget tra i più bassi nel World Tour. Come dice spesso Valerio Bianco (grande conoscitore e responsabile comunicazione del team Vini Zabù-KTM), i direttori sportivi lavorano come pedagoghi per “formare” i ciclisti, insegnandogli come correre. Un addestramento (nell’accezione migliore del termine) che ha fruttato il premio di super combattivo a Marc Hirschi, e non è un caso che proprio Hirschi sia tra i super favoriti del mondiale di Imola.

La tappa perfetta

Il capolavoro bianconero al Tour si è consumato nella 14° tappa, da Clermont Ferrand a Lione. Una tappa nervosa con un finale insidioso che a Thierry Gouvenou, direttore tecnico di ASO, ha ricordato la Milano-Sanremo. È il giorno della Bora e della CCC, che fanno lavorare i rispettivi gregari in salita per eliminare i velocisti dal gruppo. Arrivati ai -11, i Sunweb annusano la situazione e lanciano Benoot in avanscoperta. Il Belga fa il buco, ma viene ripreso ai -7. Sulla ripartenza di Kamna, gli attacchi di Bernal e Alaphilippe sgretolano il gruppo fino alla tirata di Hirschi. Ai -4 è proprio lo svizzero (già vincitore a Sarran Correze) a partire, tanto che Sagan e Van Avermaet, innervositi, si mettono all’inseguimento. Riescono a chiudere ai -3.5, ma una fucilata di Andersen piega in due tutti gli inseguitori (sfiniti) e permette al danese di vincere per distacco. Una tattica perfetta, usando tutti e tre i propri uomini migliori


5-Landa, Pinot, Quintana, Uran: cosa dobbiamo fare con voi?

Niente.


Quando superi quota 30 anni, inizi a fare il primo bilancio della tua vita.
Vale la pena andare a convivere? Questo lavoro mi soddisfa? È lei la donna della mia vita? Mi sposo? Provo a vincere il Tour de France?
Tra queste domande esistenziali, ce n’è sicuramente una più importante delle altre.

“Ho fatto il bravo, merito il Tour!”

In un turbinio di desiderio ed insicurezza, come in una lettera a Babbo Natale, l’esame di coscienza dei due colombiani, del francese e del basco recita sempre lo stesso copione. “Quest’anno mi sono comportato bene, ho fatto tutti gli allenamenti e non ho ridicolizzato nessun ciclo-amatore. Un’occasione al Tour me la merito”. Quando poi viene luglio (o settembre in questo caso) l’occasione arriva, ma non c’è mai nessuno a raccoglierla.
Per Thibaut Pinot, Mikel Landa, Rigoberto Uran e Nairo Quintana è ufficialmente finita la stagione della caccia. I 4 vets (veterani) hanno perso, forse, l’ultimo treno per scrivere il loro nome nell’albo della Grand Boucle. Probabilmente il grande Rigo non è mai stato un reale contender, ma gli altri tre erano da considerare sul livello di Rogla e Bernal nelle previsioni pre-partenza. Era il loro Tour: pieno zeppo di salite e con pochissimi km a cronometro, peraltro anch’essi in salita.

Same old story

Il primo a saltare è stato il francese, alla tappa numero 8. Prima dell’ultima salita al Peyresourde, sul Port de Bales, Pinot si è staccato accusando dolori alla schiena. Un problema fisico che ci ha tristamente riportato alla 19° tappa dell’anno scorso, quando tutta la Francia (e non solo) si è fermata a piangere con lui.

Questo eterno ripetersi, però, rappresenta benissimo l’intera carriera del nativo della comunità dei mille stagni: un ciclista fantastico, un ballerino delle salite, a cui manca sempre il centesimo per fare l’euro
Siamo deputati a pensare che, probabilmente, questo centesimo non lo troverà mai. O forse sì, ed allora gioiremo tutti. Intanto, al termine delle Grand Boucle, il tempo per la gioia lo ha trovato Thibaut, tornando a casa per godersi le sue caprette. La vera soddisfazione della sua vita.

Nairoman

Dopo il francese, ecco Nairoman. Il vincitore di Giro e Vuelta ha deluso un po’ tutti, ma soprattutto i suoi fans – titolari dell’account Twitter più geniale di sempre. Nonostante il cambio di squadra, Quintana è arrivato in Francia scarico di gambe e di testa. Dall’improbabile alleanza offerta a Bernal (forse ti conveniva, Eganito), fino all’anonimato più assoluto in tutte le salite già nella seconda settimana. Non ha mai lottato con i primi, ha preso la prima botta a Puy Mary, e poi il KO sul Grand Colombier. Che sia la pietra tombale sul resto della carriera? Nell’attesa di una risposta, consoliamoci con questi video.

Due tappe, una carriera

Ultimo, ma non meno importante, Mikel Landa: in due tappe, una carriera. Più precisamente la tappa 17 e la 18. La tappa regina e l’ultima prima della crono.
Nella giornata numero 17, Landa mette i suoi gregari alla frusta tutto il giorno. I variopinti Bahrain tirano a tutta, sfiancando i Jumbo ed i rivali. A quel punto tutti aspettano un attacco di Landa (o almeno un sussulto), ma lui non parte. Rimane fermo sui pedali ed i colleghi lo passano
Il giorno dopo (tappa 18), ferito nell’orgoglio, il basco parte all’inizio dell’ultima salita. Sembra la redenzione, sembra fare il buco ed invece niente. Viene ripreso in cima e chiude la tappa mesto mesto nel gruppetto dei migliori. Più Landa di così?

PS: In questa categoria avrebbe dovuto starci anche Richie Porte, però il tasmaniano ha sorpreso tutti con un Tour meraviglioso che gli ha permesso di raggiungere l’obiettivo di tutta una carriera: il podio. “Posso anche ritirarmi”, ha detto a fine corsa.
Non sono un fan di Porte, però l’affetto che gli hanno dimostrato sia Froome che Thomas la dice lunga sull’empatia che ha saputo generare nella gente. Bravò

6-Wout Van Aert potrà vincere il Tour de France?

No.
Questa è una domanda iper-lecita, ma totalmente inutile. Siccome durante il Tour, Wout, ha fatto delle robe assolutamente insensate (come tirare ¾ di tutte le salite, o pedalare agile in montagna, o vincere due volate), molti hanno pensato che, con una preparazione mirata, Van Aert possa, in futuro, provare a vincere il Tour. Pensiero bellissimo, però immediatamente disintegrato dai numeri. Il Belga è arrivato a Parigi con un’ora dai migliori, ma poi veramente credete che basti fare 1+1 per arrivare a 2? No, perché se fosse così facile, Landa sarebbe il miglior corridore al mondo.
Comunque, a scanso di equivoci, la risposta ce l’ha data il diretto interessato.


7-Le migliori ruote veloci del Tour?


Bennett ed Ewan. (Van Aert fa categoria a sé)
Nonostante un Tour particolarmente avaro dal punto di vista delle volate, Caleb Ewan e Sam Bennett si sono imposti come due tra i migliori velocisti al mondo. Il piccoletto di Sydney ed il gigante irlandese si sono equamente divisi le vittorie di tappa (2), dando spettacolo nei pochi arrivi a loro dedicati. Il folletto australiano ha aperto il fuoco a Sisteron, con una splendida volata a livello tecnico. Ha affiancato le transenne – perché era l’unico punto dove passare – ha battezzato Bennett e poi lo ha bruciato al fotofinish.

Se fate due chiacchiere con un velocista, vi spiegherà quanto è importante avere un lead-out man e quanto è fondamentale mantenere la propria linea di sprint fino all’arrivo. Ecco, Caleb sprinta senza lead out e cambia direzione ai 65/70 km/h: cosa volete più di così?

Al contrario dell’australiano, Sam Bennett è arrivato al Tour con parecchia pressione addosso. L’arrivo in Quick-Step (al posto di Viviani), e quel passato da working-class rider, hanno creato su di lui tante aspettative.
Aspettative pienamente rispettate dall’irlandese, che dopo aver visto Kristoff, Ewan e Van Aert sfrecciargli davanti, a San Martin de Re, ha trionfato con uno sprint potente, fragile ed impaurito. Sentiva la pressione di non poter sbagliare tanto che alla fine, dopo l’arrivo, è crollato in un pianto liberatorio: la sua prima volta al Tour era finalmente realtà.

Dopo la grande paura di finire con un pugno di mosche, Sammy-Boy ha iniziato a correre benissimo. Ha sfruttato dei compagni di squadra formidabili ed è arrivato fino Parigi dove, sotto gli occhi del nonno che assisteva da casa, ha vinto la volata più iconica del ciclismo mondiale.
Lo aspettavamo e lui ha risposto: è uno degli MVP del Tour 2020

8-Che fine ha fatto Peter Sagan?


Basta snocciolarvi un dato:

“Di Peter Sagan in queste tre settimane hanno detto che s’è imbolsito. Non sembra. Che è invecchiato. Lapalissiano, il tempo non si è mai fermato per nessuno. Che non è un vincente. Blasfemo. Che è finito. Severo. Che ha perso smalto e voglia. Ingiusto”. Come dice Giovanni Battistuzzi sul Foglio, intorno a Sagan s’è fatta fin troppa chiacchiera spiccia. Dai giudizi en tranchant, fino all’allestimento della lapide per un funerale sportivo completamente fuori luogo.

Sagan sta attraverso quel periodo di carriera che, romanticamente, chiameremo “Stairway to Heaven”. O come diceva Federico Buffa: “amministrazione controllata”.

Il Tour di Peterone è stato un po’ deludente dal punto di vista prettamente sportivo, però è del tutto naturale. Nelle volate classiche non può più competere con le velocità di punta raggiunte dai colleghi, mentre nelle tappe mosse si è visto sorpassato dai giovani rampolli che, come lui nel lontano 2010 in maglia Liquigas, attaccano senza pietà lasciando il gruppo di sasso.

Mi è dispiaciuto vederlo bucato in continuazione dai Sunweb nella tappa 14, dove aveva messo la squadra a menare dal km1. Sul contropiede di Kragh Andersen si è girato verso il gruppo indicandosi il petto e dicendo: “Devo chiudere ancora io?”. Quelle tappe così mosse e nervose una volta le vinceva in albergo, e le vinceva mentre tutti lo controllavano. Il tempo passa per tutti.


Peter, ti aspettiamo al Giro.


9-Come sono andati gli azzurri?


Male.

Fabio Aru, Davide Formolo, Marco Marcato, Sonny Colbrelli, Damiano Caruso, Elia Viviani, Simone Consonni, Matteo Trentin, Alessandro De Marchi, Giacomo Nizzolo, Domenico Pozzovivo, Alberto Bettiol, Niccolò Bonifazio, Diego Rosa, Daniel Oss, Dario Cataldo: alla vigilia del Tour, questa era la truppa italiana che si sarebbe presentata in Francia.
Era lecito attendersi qualcosina? Sì.
Siamo rimasti delusi dell’esito finale? Un po’ sì.
Apriamo un processo? Anche no, dai.


Il Tour de France italiano è stato una mezza delusione. Fatta eccezione per Trentin, che è rimasto quasi sempre nel vivo delle manovre per la maglia verde, c’è stata l’avaria tricolore. Fatti salvi i gregari come Marcato, Oss, Cataldo e Consonni, il resto ha prodotto poco/nulla.

Da Bonifazio a Viviani

Il più atteso era Giacomo Nizzolo, campione d’Europa in carica, ma una condizione fisica ondivaga non gli ha permesso di sprintare come avrebbe voluto. Elia Viviani, invece, è arrivato in Francia più per dovere che per piacere: in un 2020 normale, avrebbe fatto Giro e Olimpiadi. Non è mai stato realmente competitivo negli sprint, tranne per un quarto posto.
Formolo era l’uomo più in forma di tutti ma si è ritirato sul più bello, mentre Bettiol è sempre rimasto fianco a fianco con Uran. Diego Rosa ha seguito il triste destino di Formolo, così come Domenico Pozzovivo.
Alessandro De Marchi ha raccontato a Bidon tutti i perché del suo Tour de France, mentre a Nick Bonifazio è mancata la condizione giusta per giocarsela nelle poche volate.

Purtroppo, esaminando il Tour a posteriori, non c’è mai stata una chance reale per i nostri colori. Se scorrete i vincitori di tappa, i nomi vi faranno tremare i polsi. Per quanto i nostri ragazzi siano fenomenali a correre in nazionale (aiutati da un grande CT), quando si ritrovano nelle loro squadre perdono gran parte della loro potenza. Non abbiamo tante primedonne, ma una squadra iper-coesa pronta a morire per il compagno. Al Tour ognuno correva per i propri capitani, quindi vien da sé che sia molto più difficile emergere.

Insomma, tutto questo preambolo per arrivare al capitolo più nero della spedizione italiana: Fabio Aru.

Il cavaliere dei quattro mori

Al ciclista sardo bisognerebbe dedicare un pezzo intero, ma in quest’ultimo paragrafo proverò a scrivere tutto ciò che penso della vicenda.
Il cavaliere dei quattro mori è, indubbiamente, un ciclista in difficoltà. Lo smalto che gli ha permesso di vincere una Vuelta (si, Aru ha vinto un grande giro e spesso la gente se lo dimentica) – oltre a finire in top5 in tutti i grandi giri a tappe e vincere un campionato italiano – è sparito.

I dolori del ciclista Aru

Negli ultimi tre anni, dopo l’addio all’Astana, sono successe parecchie cose. Dall’operazione all’arteria fino al problema alimentare, Aru ha inanellato una serie di non-risultati da prendere paura. È tutta colpa sua? Sicuramente no. Questo Tour poteva rappresentare una bella occasione per rifarsi, tanto che le prime avvisaglie sembravano buone. Alla sesta tappa, con la strada che inizia a salire, Fabio sgasa come ai vecchi tempi. Fa il buco, ma viene ripreso dopo qualche chilometro. “Un buon test”, dice tranquillo a fine tappa. Purtroppo, solo tre giorni dopo, gli cade il mondo addosso. Poco dopo la partenza di Pau, Aru vede il gruppo andargli in fuga. Non riesce a tenere il ritmo basilare del plotone, si stacca e prosegue per alcuni km vicino alla Voiture Balai. Stanco e spossato, alle 14:30 dice basta e si ritira dal Tour.
Poco dopo il suo addio, si sono aperte le gabbie. Tra chi si è divertito a passeggiare sul suo cadavere, fino alle pesantissime parole di Beppe Saronni – consulente esterno del Team UAE

Siccome io Aru non lo conosco, ho pensato che la chiosa di questo pezzo potessi delegarla a Giovanni Visconti. Un ciclista – anche lui campione italiano – che Aru lo conosce bene.

Fa male vedere un amico, un collega, vivere un momento simile. Fa male anche leggere la superficialità della gente che da dietro uno schermo si sente in diritto di insultare letteralmente un atleta come Fabio. Abbiate rispetto! Deridere con questa facilità i problemi di chi fa 30mila km all’anno in sella alla sua bici sperando che la tempesta passi non è da uomini. È solo da Stronzi!”
Forza Fabio

A cura di Carlofilippo Verdelli

Fà male vedere un amico,un collega,vivere un momento simile. Fa male anche leggere la superficialità della gente che da…

Geplaatst door Giovanni Visconti op Zondag 6 september 2020
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