Siamo stati alla Bombonera, per una partita del Boca

Abbiamo passato due sere alla Bombonera facendoci sedurre dallo stadio più sensuale del mondo. Ne siamo usciti fradici, e felici

In italiano per descrivere un ciarlare indefinito, un brusio generale, si usa una voce onomatopeica, diciamo “bla bla”.
Con la Bombonera ancora fumante di fronte ed il lomito più buono di Buenos Aires fra le mani, ascolto questo concetto linguistico realizzarsi in maniera simile; con un risultato più piacevole e potente.

Fra il vociare indistinto, sguaiato ed informe dei presenti, mi arriva precisa una parola riconoscibile ogni tot secondi. Mi resta in mente, me ne accorgo dopo qualche istante ma il bla bla bla dello storico locale di Quique, leggendario capo dell’Hincha de Boca, qua, ha un suono diverso. “Carlitos, Carlitos, Carlitos”. Non so se è una taverna, una rosticceria, di certo non è un pub. Servono solo gaseosas.


La porta del paradiso, o dell’inferno

Ma qui e ora il bla bla bla è declinato con altre sillabe. “Carlitos, Carlitos, Carlitos”. Anche percorrendo al contrario le vie sordide della Boca mi accorgo che al ripassare mentalmente i momenti del partido, la colonna sonora è sempre quella. “Carlitos, Carlitos, Carlitos”.

Persino il vociare che mi accompagna fuori dal barrio ha quelle note, tutti parlano di lui, lo nominano. Probabilmente anche la telecronaca sarà stata scandita da quel nome, sicuro. Oggi come in tantissimi altri post-partita il nome di Tevez diventa il mantra dell’hincha. La storia di questo club, il figlio della villa più a sud della città, il lottatore con la dieci sulle spalle è entrato al 69′, ha recuperato e distribuito la palla del gol del pareggio dopo due minuti, ha siglato egli stesso col destro il gol vittoria al 95′.

“Carlitos, Carlitos, Carlitos”.

Però questa non è che la fine, un bacio solo sulla guancia destra, una splendida sequenza di abbracci, sorrisi e cori nonostante il secondo posto nel girone che sfumano lungo le via di Capital.
L’inizio è di qualche giorno prima, quando il campionato è già finito ed un’amica mi scrive “ho i biglietti per il Boca“. “Ah, la superliga“.

Non si può spiegare questo concetto senza ricorrere a frasi già sentite e cliché, e, probabilmente, ne ho una conoscenza marginale; proverò a non ricorrere a lacrime e pelle d’oca (seppure vere) ma il calcio in Argentina dà veramente l’idea di essere passione, pura. La gente ha gli occhi brillanti al parlarne per strada, canta di cuore allo stadio, va allo stadio.

E quando della passione se ne accorge l’industria, ecco che ci si trova una bella coppa nuova di zecca a colmare lo spazio lasciato vuoto dal campionato terminato un po’ prima quest’anno.

L’hanno chiamata Copa Superliga: è la competizione con la quale riceverò il battesimo alla Bombonera.

E che battesimo sarebbe stato senza nemmeno una goccia d’acqua?

Il cielo sopra lo stadio Alberto José Armando ci tiene a fare le cose per bene e riversa dentro la scatola di cioccolatini più grande di tutto il latinoamérica, una pioggia torrenziale. Quando siamo sull’uno a zero La cancha è una laguna.

Mi è capitato mille volte di pensare a cosa sarebbe potuto essere assistere ad una partita qua prima di aver passato l’ultimo tornello, e quando poi l’ho fatto, inevitabilmente tutto quell’immaginario si è completato, ma anche ridimensionato. Ai video delle finali visti mille volte, a quelli dei caños di Riquelme, vengono aggiunti frame nuovi. L’audio in presa diretta, le vertigini sulle gradinate, la pioggia sui vestiti, il profumo della carne alla griglia.

L’attesa dell’evento è stata febbrile, il tempo non scorreva, mi sono accorto di andare in bagno di continuo, come nei pre partita importanti, ma vissuti da giocatore.

Ora sono dentro. Ho un flash di poco prima, quando a 40 minuti dal fischio di inizio, a dos cuadras dallo stadio già si sentivano i percussionisti scaldarsi.

Una volta in cima, ispezionando la popular non si vedono i tamburi. Impossibile distinguerli fra i pibes serrati in schiere giallo-blu, nonostante la vicinanza. Poi tutti muovono le braccia mimando il gesto. La doce è un tutt’uno.

La platea dove sto è un po’ più aristocratica; il signore accanto a me si accorge che guardo la curva, non c’è in tutto lo stadio una persona che non sia zuppa d’acqua. Mi dice tendendo l’indice: “La cosa buona è che domani caleranno i furti, domani stanno a letto con la febbre”.


Una sera come le altre alla Bombonera

Riuscire a rendere l’idea del trovarsi lì in mezzo è una sfida ardua, ci sono molto livelli interconnessi, il centro di tutto però è certo, stabile. Il perno di tutto e di tutti è lo stadio. I giocatori non hanno nome sulla maglia.

La Bombonera è eloquente. Ti parla in mille modi. Mi riferisco proprio alla struttura, non si tratta di metonimia. Da queste parti dicono che la Bombonera no tiembla, late, e anche senza avere una adeguata conoscenza del castigliano il senso profondo di questo dicho ti schiaffeggia non appena ti affacci sull’arena.

Non so se esista un altro stadio capace di catalizzare emozioni e passione allo stesso modo, incarnandole. Quanto e più dell’equipo che ci gioca dentro.

Sì, il Boca è la Bombonera, ma non solo.

La Bombonera è stata, e in certa misura è, il barrio, la città, la classe media che ha un dirigenza reazionaria da un sacco di anni. La Bombonera è uno stadio del 1940 che veramente si muove scosso dai tamburi. Ma questo ce lo aveva già anticipato Galeano.

Se le contraddizioni di un continente sono più che amplificate in Argentina, è dentro gli stadi che si elevano all’ennesima potenza.

In un certo modo ci son dentro anche io, che in bus scorro la galleria e realizzo di avere più foto e video dello stadio, dei tifosi, che delle azioni giocate. E le partite di per sé sono state nell’ordine incredibile e fantastica.

È stato incredibile vedere con il Godoy Cruz, 22 calciatori realizzare uno sport ibrido, acquatico, l’intelligenza di alcuni nel prevedere il mancato rimbalzo del pallone sul pantano; l’abnegazione dei più nel non risparmiarsi su alcuna palla.

La pioggia pare dare tregua e non ci sono date disponibili per recuperare la partita; dopo quaranta minuti di sospensione si gioca, o sí o sí.

È stato fantastico ascoltare la Bombonera cantare in maniera incredibilmente forte, la più forte, a 4 secondi dal gol preso in Coppa Libertadores contro l’Atletico Paranaense. Nessun “nooo”, nessuna interruzione del canto, nessun silenzio avvilito. Più forza, le mani agitate per incitare, negli occhi una determinazione commossa, che mi è sembrata familiare.

Il copione di un film sentimentale con tanto di lieto fine? Sì, va esattamente così. Il Boca letteralmente sospinto verso la porta avversaria dai suoi bosteros acciuffa il pareggio ed infine corona il finale di partita con il gol della rimonta.

Ah, nel mezzo c’è l’ingresso in campo del numero dieci di cui sopra, che non è un dettaglio, è la vera chiave dell’evento sportivo. Lo “rompió” dicono i tifosi sulle scale, si riferiscono al partido. Il soggetto è Carlos Tevez, el crack, appunto. Fa nulla se questo vale solo la conferma del secondo posto nel girone, è tutto molto bello così.

Nulla di speciale insomma, tutte cose a cui questo sport ci ha abituato, si potrebbe dire. Le cose eccezionalmente normali del calcio. Ma cosa ha di fenomenale ed unico lo stadio Alberto José Armando? Perché parlarne in questi termini?

Per esempio perché là dentro alcune entità che siamo abituati a considerare eteree, quasi astratte, si concretizzano materialmente. Il suono della Bombonera, che fisicamente ti scuote, lo puoi sentire premere sulla pelle ad ogni strofa intonata sempre più forte.

Il muso dello stadio

So già che tornerò a casa con un nuovo odore registrato in testa. L’odore della Bombonera non è simile a nulla, ha odori e profumi insieme a comporlo; una volta a letto fisso il soffitto ripassando mentalmente quell’aroma, indeciso se etichettarlo come odore di Bombonera o odore di passione. Ma alla fine è lo stesso.

Si potrebbe dire che là dentro ha tutto un altro sapore, se mi è concesso almeno questo cliché, perché si tratta di sapore vero e appassionato, di carne, mate e pioggia, non puro romanticismo sportivo.

Ma mi rendo conto di trovarmi in uno di quei momenti in cui un narratore deve farsi da parte e riconoscere l’impossibilità di descrivere tutto.

Dale Boca

A meno che non vi inviti a prendere la vostra scatola di cioccolatini preferiti, ascoltare il suono della confezione aperta con calma impaziente, inspirare l’aroma delle diverse varietà di bombones una volta sollevato il coperchio, ed infine gustare ogni sfumatura di sapore contenuta al suo interno.

La Bombonera è questo e null’altro, un’enorme ed iconica scatola di cioccolatini.


Articolo di Luca Piroddi & Mattia Musio

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